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di Fabio Fittizio

Stavo passeggiando allegramente per piazza del Duomo a Milano, come talvolta (ben poche volte però, purtroppo) felicemente mi càpita.

Era lui o non era lui? Inconfondibile con quella giacca senza maniche e con quel copricapo (l’avevo già visto tempo prima vestito uguale). Era proprio lui. Assorto nei suoi pensieri, il famoso personaggio diciamo della cultura camminava apparentemente senza meta, lieto di non essere riconosciuto – o, se riconosciuto, riconosciuto e non importunato – mentre attraversava l’ettaro quadrato più affollato della metropoli lombarda.

Il pensiero è andato a quel film, che ebbe tanto successo e che fu poi oggetto di (almeno) un rifacimento. Ma è passato tanto tempo: si parlava di alberi, di alberelli o di alberini? Ma ci crescevano davvero gli zoccoli? Non ricordo più.

Ma ricordo bene quel che scrisse Cyril Connolly.

“Vi è un tipo di comportamento particolarmente pericoloso sulla scala mobile, ed è il tentativo di salirla in quattro o cinque in cordata, facendo sloggiare dai gradini chi sta salendo. È naturale che gli scrittori vogliano fare amicizia con i colleghi di talento e che si manifestino reciprocamente la loro ammirazione, ma ciò porta inevitabilmente a una serie di favori contraccambiati, e per quanto si possa essere meritevoli, se si proclama troppo spesso la propria gratitudine, si finisce per provocare l’invidia di chi sta in piedi da solo e ha successo senza alcuna collaborazione. Allora si sentono bisbigliare frasi come «do ut des», «scambio di favori interessati» (…)”

La cordata alla quale penso io è stata epocale e di persone ne ha coinvolte molte più che quattro o cinque. Ma il concetto è quello. Riconosco a questo personaggio tanta faccia tosta e l’acume di essersi posizionato al posto giusto al momento giusto.

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di Fabio Fittizio

L’altro giorno ho visto alla tv, alla RAI, la rubrica della giornalista e opinionista Camilla Tea. Ella affronta la telecamera con piglio deciso, braccia conserte, sguardo alternativamente un po’ di sbieco e un po’ dritto.

(Questa persona tra l’altro sostiene di essere una pensatrice indipendente, di non averla mai data per far carriera, di non essere legata ad alcun partito e di non avere alcun politico come referente. E lavora in RAI? Lo trovo uno stravagante ossimoro).

Ci avverte che il mondo dello sport non è quello che sembra. Il giuoco del calcio, che in Italia conta schiere enormi di appassionati, muove parecchi soldi. Esistono calciatori che si dopano e si drogano; movimenti di denaro in nero; scommesse (legali e illegali) sui risultati; partite truccate dai giocatori; partite truccate dagli arbitri; arbitri corrotti; dirigenti corruttori e corrotti; minacce e violenze. Nella serie A italiana come ai Campionati del Mondo.

La Tea si scandalizza. Come fate a non vedere? Come potete dire di non sapere? Perché continuate a seguire lo sport (in generale) e il calcio (in particolare)?

La risposta la troviamo nel bellissimo libro di Merendero e Franchini, “La prevalenza del destino”, Cortese Editore, 256 pp., quella che ho in biblioteca è la prima edizione, costava 26.000 lire. Non so se al giorno d’oggi lo stampano ancora: forse lo potete trovare su eBay.

In estrema sintesi, la tesi del libro è questa: cara Tea, cercare di aprire gli occhi alle masse è una fatica inutile. Panem et circenses. È dalla notte dei tempi che la gente non vuole alzare lo sguardo e odia chi la obbliga a togliersi i paraocchi e affrontare la realtà. Il destino prevalente delle persone è quello di essere gregge di pecore, per libera scelta.

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di Fabio Fittizio

L’altro giorno stavo passeggiando spensieratamente nel centro di Milano. Ero dalle parti di Corso Matteotti, quando sono passato vicino al famoso presentatore televisivo, Peldicarota. L’ho riconosciuto subito, elegante, in un cappotto blu a tubino, che ne stagliava la figura e lo rendeva più magro di quanto non appaia in tv. Come io ho guardato lui, lui ha guardato me. Uno sguardo che era un apprezzamento. Penso che sarebbe stato capace di portarmi a letto anche subito.

Ho tirato dritto (solo per la cronaca).

Mi è tornato alla mente un episodio di quella trasmissione televisiva. Durante la puntata uno degli ospiti, il cantante albino, disse (cerco di riportare il pensiero, in quanto non ricordo le parole esatte) che per un uomo pubblico non è possibile rivelare la propria omosessualità, perché la rivelazione comporta svantaggi nel mondo del lavoro. Disse inoltre (in sostanza) che lui si era dichiarato e viveva molto bene la propria condizione, disse (guardando dritto negli occhi il proprio interlocutore) che molti sono omosessuali e non lo dicono, sono degli ipocriti, se si rivelassero starebbero molto meglio con sé stessi.

Ero vicino alla libreria Hoepli, mi sono infilato dentro e sono andato a cercare il libro di Giorgio Paradiso, “Formidabili quegli ani”, ed. Il Cavatore, 64 pp, 12,00 euro (il prezzo è alla data di oggi). Sono stato fortunato perché ho comprato l’ultima copia disponibile a magazzino.

Ricordavo di aver sentito parlare di questo libro, ma non lo possedevo e non l’avevo ancora letto. In esso, l’autore dedica poco meno di trenta ritratti (ciascuno lungo due pagine) ad altrettanti omosessuali (da lui incontrati intimamente), visti da dietro.

Il libro non l’ho ancora letto (queste cose non è che mi interessino dopotutto), però la curiosità era tanta e ho guardato l’indice. Peldicarota non c’è.

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