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di Giancarlo Nicoli

The government is the problem, not the solution.

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The government is the problem, not the solution.

Il governo è il problema, non la soluzione.

di Giancarlo Nicoli

Minorenni Rom, che rubano: a quando provvedimenti?

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Ho visto il seguente articolo, ripreso da Dagospia.

Poi ve lo leggete. Il mio commento è questo: non è che queste ladre sono spuntate dalla sera alla mattina e siamo nel panico e non sappiamo (non sappiamo noi, come comunità di italiani) che cosa fare. Sono anni e anni e anni che sappiamo perfettamente che una parte della popolazione Rom vive di furti. Sono anni e anni e anni che sappiamo che gli adulti addestrano i bambini e i ragazzini al furto, perché così facendo sfruttano a proprio vantaggio le nostre leggi, che prevedono l’impunibilità dei minorenni. Ebbene, di fronte al disastro (perché di disastro si tratta) documentato dall’articolo che segue, la nostra classe dirigente non fa nulla. Tra di loro si chiamano classe dirigente, a me sembra più una classe “digerente”, come la chiama Roberto D’Agostino, gente che ormai digerisce di tutto, anche lo scempio qui sotto descritto.

L’articolo è di Davide Desario, pubblicato dal quotidiano Il Messaggero.

Sei ore per fermarle, identificarle e accompagnarle in un centro di accoglienza. E appena 20 minuti per vederle scappare via e tornare a fare quel che vogliono. Ma non è tutto qui lo scandalo delle baby rom che ogni mattina dal campo di Castel Romano invadono la metro di Roma per rubare ai passeggeri portafogli e cellulari. Oltre la beffa, infatti, c’è anche il danno: le forze dell’ordine “buttano” il loro tempo e il Campidoglio “butta” montagne di soldi per pagare i centri di accoglienza.

Ecco la cronaca di cosa succede in una normale mattina nella metropolitana di Roma dove le forze dell’ordine tentano, inutilmente, di contrastare il fenomeno delle baby rom che passano la giornata sui vagoni delle metro a derubare i passeggeri. Un’azione costante che inizia alle 9 del mattino e termina nel tardo pomeriggio. Si concentra principalmente nelle stazioni più affollate e più turistiche come Termini, Repubblica, Barberini, Spagna, San Pietro e Colosseo. Il videoreportage che potete vedere in questo articolo è l’impietosa e vergognosa sintesi.

L’esercito di Castel Romano

La prima parte di questa cronaca potrebbe raccontarla un qualsiasi pendolare che ogni giorno assite disarmato a questi scippi sotto gli occhi di tutti. «Le bande di baby borseggiatrici arrivano quasi tutte dal campo di Castel Romano – spiega un investigatore – Se a quelle in azione sulle metro aggiungiamo quelle sui bus e quelle che colpiscono i turisti in fila al Colosseo e ai Musei Vaticani parliamo di circa 80-100 ragazzine. Tutte al di sotto del 14 anni, nei confronti delle quali abbiamo le mani legate. Ogni tanto c’è qualche sedicenne che coordina e insegna. Ma quelle più grandi non le prenderai mai con le mani nel sacco».

L’arrivo

Arrivano con un autobus tutte le mattine alla stazione Eur Fermi della linea B intorno alle 9. Come venerdì 21 luglio.

Erano in nove. Tutte insieme. Pronte a entrare in azione con le loro tecniche consolidate ( guarda questo video) : scelgono la vittima (preferiscono stranieri, anziani e donne sole), la accerchiano, una la distrae, un’altra le sfila il portafogli e lo passa subito ad un’altra. Tutto questo nel caos della banchina della metropolitana, mentre si sale o si scende da un vagone. Le portiere si chiudono e loro hanno messo a segno il loro colpo. E se qualche passeggero prova a ribellarsi passa i guai. Come la donna che la scorsa settimana è stata picchiata a colpi di cellulare.

Rubano un portafogli dietro l’altro. Se poi vengono fermate in poche ore tornano in libertà.

L’altra mattina gli agenti dello Spe (Sicurezza Pubblica Emergenziale) di Roma Capitale le hanno fermate prima che entrassero in azione. Erano appunto le nove del mattino. Puntualmente erano tutte senza documenti.

L’inutile identificazione

Ed essendo molto piccole agli agenti non è rimasto altro che fermarle e attendere un pulmino per portarle all’ufficio immigrazione della questura di Roma in via Teofilo Patini. Qui, tra i mille nomi diversi che danno agli agenti, sono state tutte identificate attraverso impronte digitali e fotosegnalamento: la più “tranquilla” aveva già tre precedenti per furto o rapina, la più agitata era già stata fermata almeno 16 volte. Nessuna dichiara i nomi dei genitori altrimenti questi potrebbero essere denunciati come minimo per abbandono di minori. E anche laddove si sa chi siano il padre e la madre, ovviamente sono irritracciabili. E le forze dell’ordine non possono lasciare andar via dei minori.

Così, sentito il magistrato di turno del tribunale dei minori, le ragazze vengono “affidate” al sindaco che per legge ha l’obbligo di occuparsene. Quindi? Quindi gli agenti contattata la Sala Operativa Sociale del campidoglio (Sos) e questa assegna le baby rom ad un centro di accoglienza specializzato (in convenzione con il Comune) in zona Fidene.

La farsa del centro di accoglienza

Così dopo sei ore di lavoro gli agenti della polizia di Roma Capitale riprendono il pulmino e accompagnano le baby rom nel centro di accoglienza per minori disagiati in via Annibale di Francia, zona Villa Spada vicino Fidene. Il pulmino arriva alle 14,45, il cancello elettronico si apre e il pulmino entra. Le ragazze vengono prese in consegna dal personale. Per ognuna di loro il Comune di Roma paga ai centri di accoglienza circa cento euro al giorno. Alle 15 gli agenti escono dal centro di accoglienza e tornano al loro comando.

La fuga

Ma dopo appena venti minuti, il colpo di scena. Il grande cancello elettronico si apre e in pochi secondi con un sprint degno di Usain Bolt tutte le baby rom scappano dal centro di accoglienza. E si danno alla fuga nelle strade vicine senza fermarsi un momento. Sembrano conoscere perfettamente la zona. Ognuna sceglie una strada diversa. Ma dopo poco sono di nuovo tutte insieme che vanno verso la fermata del bus. Magari torneranno in azione già su quell’autobus. Tanto non rischiano nulla.

di Giancarlo Nicoli

Chi governa non paga le conseguenze di ciò che fa.

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Siamo governati da una élite politica, intellettuale, economica e culturale, che la sfanga sempre: non subisce le conseguenze di ciò che decide per conto dei governati.

Nassim Nicholas Taleb elabora qui (in inglese).

di Giancarlo Nicoli

Le imprese generano la ricchezza che deve andare a vantaggio di tutti

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Dall’articolo di Stefano Montefiori del Corriere della Sera, ripreso da Dagospia:

Per questo ieri il discorso del socialista Manuel Valls ha strappato una irrituale standing ovation agli imprenditori riuniti al seminario estivo del Medef.

«Smettiamola di opporre sistematicamente Stato e imprese, capi d’azienda e dipendenti, organizzazioni patronali e sindacati — ha detto Valls —. Il nostro Paese è sfiancato da queste pose. La Francia ha bisogno delle sue imprese perché sono loro che, innovando, rischiando i capitali dei loro azionisti, mobilitando i loro uomini, rispondendo alle attese dei clienti, creano valore, e generano la ricchezza che deve andare a vantaggio di tutti». Niente che non sia stato detto già vent’anni fa da Tony Blair in Gran Bretagna, ma dalla sala arrivano applausi fragorosi e quasi increduli.

Vale anche per l’Italia, credo.

di Giancarlo Nicoli

Citazioni utili

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It is hard to imagine a more stupid or more dangerous way of making decisions than by putting those decisions in the hands of people who pay no price for being wrong.

– Thomas Sowell

Tradotta in italiano, più o meno viene così: “È difficile immaginare una maniera di prendere decisioni più stupida o più pericolosa che di mettere queste decisioni nelle mani di persone che non pagano se sbagliano.”

Ho trovato questa citazione nell’ultima lettera (14 settembre 2013) di John Mauldin.

Non trovate che essa si attaglia perfettamente ai parlamentari? E ai banchieri? E…

 

Oscar Wilde diceva che l’unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi… ma diceva anche che la Bibbia comincia con una donna nuda e finisce con l’Apocalisse. Il bello degli aforismi è che uno può dire tutto e il contrario di tutto, e dare sempre l’illusione della verità…

Dylan Dog n° 110, Aracne, pubblicato a novembre ’95, autore Gianfranco Manfredi, disegnatore Corrado Roi, copertina Angelo Stano

di Giancarlo Nicoli

Fonte: Dagospia. Introvabile sul sito del quotidiano e su quello di Paolo Guzzanti.

Da “Giornalismo Italiano 1968-2001″ (ed. Mondadori”)

Con l’occhiello Il ministro Franco Evangelisti parla dei suoi rapporti col finanziere dello scandalo Italcasse e il sottotitolo «Sono amico di Gaetano da vent’anni e i quattrini che mi ha dato sono serviti per finanziare la corrente, la mia campagna elettorale e il partito», in “da Repubblica”, 28 febbraio 1980. Ripubblicato, con il titolo “La confessione di Evangelisti”, in «la Repubblica» dieci anni. 1980. Il trionfo di Reagan, a cura di Giorgio Dell’Arti, supplemento a “da Repubblica” n. 59 dell’ll marzo 1986, pp. 7-8.

Ministro Evangelisti, lei ha preso soldi dai Caltagirone?  

«Sì, da Gaetano. Io sono amico di Gaetano Caltagirone, gli altri fratelli quasi non li conosco.»

Quanti soldi?  

«E chi se lo ricorda. Ci conosciamo da vent’anni e ogni volta che ci vedevamo lui mi diceva: «a Fra’, che ti serve?»

Così’? Caltagirone tirava fuori il libretto e scriveva?  

«Sì, così. E senza nessuna malizia. Chi ci pensava a questi scandali? Chi pensava di fare qualcosa di male? Non le pare?»

Non mi pare, che cosa?  

«No, dico: se uno voleva fare il furbo, mica andava a incassare un assegno. Uno, se sa che sta facendo un’operazione illecita, chiede i soldi in contanti e in valigia e manda a ritirarli da un terzo. Non crede?»

E lei che faceva?

«Io? Niente. Pigliavo la penna e ci mettevo sopra il mio nome a stampatello, perché Gaetano il nome non lo metteva: lo lasciava sempre in bianco.»

E questi soldi a che cosa le servivano?  

«Per finanziare la corrente. Per finanziare le mie campagne elettorali, per finanziare il partito.»

Anche dopo l’entrata in vigore della legge sul finanziamento pubblico?

«Be’, certo. Che vuol dire? Quella legge, d’altra parte, non è che proprio vieti … »

Caltagirone finanziava soltanto lei?  

«No, no. Finanziava tanta gente.»

Per adesso si conosce soltanto il suo nome e quelli di Caiati e Sinesio.  

«A me risulta che Caltagirone, così come ha la nostra finanziato la nostra corrente, nello stesso modo ha dato soldi anche alla corrente fanfaniana, ai dorotei e a Forze Nuove.”

E al partito?

«Certo: e al partito.»

Si rende conto della gravità di queste sue ammissioni?

«Io facendo quest’intervista è come se parlassi davanti al Parlamento: non posso dire il falso e non voglio tacere il vero. E nel vero c’è anche questo: che mai c’è stata la minima interferenza, la più piccola sovrapposizione fra l’affare dell’Italcasse e noi. Per “noi” intendo la corrente andreottiana.»

Scusi, lei da dove pensava che venissero tutti i milioni che Gaetano Caltagirone tanto generosamente le metteva a disposizione?  

«E che dovevo sapere io? lo pensavo che fossero soldi suoi, roba sua propria. Io non sapevo niente di tutte quelle società di Gaetano e neppure sapevo che l’Italcasse avesse erogato 205 miliardi a un solo uomo. Ma andiamo! Che cosa ci stavano a fare gli organismi di vigilanza?»

Che cosa le chiedeva Caltagirone in cambio dei suoi versamenti?  

«Gaetano? Niente. Lui era, anzi è, un amico. Un amico della DC e non soltanto amico mio. Anzi, è amico di tanta altra gente che non è neppure democristiana. In fondo, a parte la provenienza dei soldi, di cui io non so niente, dove sta lo scandalo?»

Già: secondo lei dove sta lo scandalo?  

«Posso dire? Guardi, me lo metta fra virgolette: io ero strasicuro che la questione sarebbe esplosa durante il congresso e che sarebbe stata strumentalizzata. È chiaro che qualcuno ha tirato fuori le carte e le ha fatte avere ai giornali. Ed è chiaro che è stato violato il segreto istruttorio e anche altri segreti. Io però vorrei sapere una cosa.»

Dica.

«Io vorrei sapere perché, quando non ci sono di mezzo degli amici di Andreotti, non si va mai a fondo. Vorrei che finalmente si conoscessero i nomi dei 500 esportatori di capitali all’estero. Sugli altri non si rivela mai niente. E qui con la storia Caltagirone l’unico nome che esce fuori è il mio. Evidentemente gli altri o sono protetti, oppure sono nomi che non fanno cronaca.»

Chi sono gli amici di Caltagirone?  

«Sono tanti. Ecco, io con Gaetano sono sempre andato d’accordo tranne quando ha insistito tanto per avere il cavalierato del lavoro e quando si è fatto il jet personale. Insomma! Un po’ di decenza: due fratelli, due jet.»

Parlavamo degli amici di Caltagirone.  

«Ah, sì. Dunque, Gaetano ha voluto per forza fare una grande festa a casa sua, per inaugurare la casa. Anche lì non m’è piaciuto, ha voluto strafare: c’erano tutti. Ministri e politici di primissimo piano, il fior fiore dei magistrati, giornalisti di grido e i comandanti dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.»

E poi?  

«E poi non mi ricordo. Ma a casa di Gaetano trovavi la gente più diversa e di diversa estrazione politica. Insomma, allora Caltagirone non faceva schifo a nessuno e credo che neppure i suoi soldi, facessero schifo, a giudicare dalle correnti della DC che finanziava.»

Lei ha detto che il suo nome è uscito fuori per una sorta di congiura. Adesso lei chiama in causa dorotei, fanfaniani, Forze Nuove. E poi che cosa succederà?  

«Niente: se la faccenda di Caltagirone si chiuderà così, con una composizione bancaria, allora vorrà dire che soltanto io avrò avuto una pubblicità negativa. Ma se il procedimento della bancarotta andrà avanti, allora anche tutti i prestanome usciranno fuori e dai prestanome si arriverà direttamente ai destinatari. Ma io mi auguro, nell’interesse di Caltagirone e delle banche creditrici, che si possa trovare un punto d’incontro. La sua è una bancarotta per modo di dire, perché non ha lasciato dietro di sé soltanto debiti, ma anche palazzi, immobili che hanno un valore. Comunque in me resta l’amarezza di un’Italia delle mezze verità e delle compiacenti coperture.»

Paolo Guzzanti

 

di Giancarlo Nicoli

A proposito di Comunione e Liberazione

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Scrive Dario Di Vico sul Corriere della Sera di oggi (18 agosto 2013 – articolo di fondo intitolato: “Domande aperte di un meeting“):

Le disavventure politico-giudiziarie dell’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni non hanno mutato la percezione che l’opinione pubblica ha del movimento né il peso che ricopre nei delicati equilibri del Paese.

Dario Di Vico, ma dove vive lei?

Tra l’altro basta leggere i commenti all’articolo suddetto, per avere un’idea delle reazioni.

Il commento più pregnante – che vale come mia replica a Di Vico – mi sembra che venga da Luigi Bisignani, intervistato sul canale Youtube KlausCondicio (ne ho letto il contenuto su Dagospia):

“Gli organizzatori hanno sfruttato e osannato Andreotti da vivo e non hanno sentito il bisogno di trovare neppure un’ora da dedicare al ricordo di Andreotti. Questo mi fa davvero indignare e anche vergognare da cattolico. Dovrebbero cancellarlo il loro slogan che recita pressapoco cosi’ : “Se la globalizzazione ti lascia solo, CL no” , questi non onorano neppure i morti … Forse ha ragione quel genio di Roberto d’Agostino quando malignamente li definisce Comunione e Fatturazione.”

Aggiornamento del 21 agosto 2013:

Neanche a farlo apposta, ecco che a distanza di tre giorni dal mio post, anche Beppe Grillo scrive di Comunione e Liberazione. Pubblico un estratto. Il testo completo è qui: Comunione e disperazione. Rimini chiede aiuto.

 Cos’è Comunione e Liberazione e cosa rappresenta per la politica italiana? Perché ogni anno ministri e presidenti del Consiglio sentono la necessità di chiederne la benedizione andando in pellegrinaggio a Rimini come una volta i re con i papi? Un contenitore che ha accolto Andreotti (benedetto sia il suo nome) come una rockstar. Un movimento che ha protetto e riverito Forminchioni per decenni e che ora prende nel suo capace grembo gli ectoplasmi Letta e Lupi, due democristri dell’inciucio, oggi ribattezzato larga intesa, come chiamare escort una prostituta. Comunione e Fatturazione è un’ingerenza ecclesiale nella politica. Chi la protegge fa carriera, diventa un intoccabile, e CL ricambia sempre con affetto peloso.

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