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di Giancarlo Nicoli

Il mio amico Lucio Lami è morto domenica di Pasqua, 31 marzo, alle 14,30. Aveva 76 anni.

La mattina di Pasquetta ho ricevuto una telefonata (persa) sul cellulare, proveniva dal telefonino di Lami. Strano, penso, è la prima volta che dal cellulare mi chiama sul cellulare. Quando me ne accorgo lo richiamo, trovo la segreteria telefonica. “Direttore”, dico, “ho visto la chiamata persa. Non potevo rispondere. Ci sentiamo più tardi.” Racconto la stranezza della cosa a mia moglie e in quel mentre squilla il telefono. È la figlia secondogenita del direttore: “Sono Natalia, ho una brutta notizia da darti. È morto il papà.”

Sono stato ai funerali, che si sono svolti il giorno dopo, martedì 2 aprile 2013, nella basilica di San Nazaro in Brolo, a Milano.

Sto cercando di scrivere un ricordo di Lami, adesso è sabato 6 aprile. Sono passati già diversi giorni, eppure continuo a non capacitarmi di quanto è successo. Provo tristezza e dolore.

Di famiglia toscana, Lami nacque a Varedo (allora in provincia di Milano), il 15 dicembre 1936. Dove il padre, dirigente della SNIA, si era trasferito per lavoro.

Come ricorda bene la Gazzetta di Parma, Lami cominciò a fare il giornalista a 24 anni. Agli inizi lavorò a «La Notte», diretta da Nino Nutrizio. Poi alla Rusconi, al settimanale «Gente», con Gianni Mazzocchi, Arnoldo Mondadori, Rizzoli.

Quando ci incontravamo, ricordava con piacere gli inizi a «La Notte». Mi raccontava che un giorno, semplicemente, si presentò al giornale e chiese di incontrare il direttore. Nutrizio gli diede udienza. Il giovane gli piacque. Lami fu preso in prova. I primi tempi Lami condivideva con un altro collega, principiante come lui, un bugigattolo rumorosissimo, per via della vicinanza alle macchine tipografiche. Mi diceva che dovevano gridare per poter comunicare attraverso la scrivania. Usare il telefono era un’impresa. “Bei tempi” diceva sospirando. Rifletteva che oggi per un giovane aspirante giornalista sarebbe impensabile poter essere ricevuto dal direttore di un quotidiano.

Raccontava con nostalgia le esperienze alla Rusconi, al settimanale «Gente»; con Gianni Mazzocchi, Arnoldo Mondadori, Angelo Rizzoli. Alla Mondadori passò nel 1971, caporedattore a Epoca. Di questa esperienza descriveva con incredulità il prima e il dopo. Mi diceva che l’onda lunga del ’68 arrivò nei giornali con qualche anno di ritardo. Epoca era un settimanale tra i più venduti al mondo. Era un giornale che dava le notizie. Nei primi anni ’70, mi disse, avvenne la trasformazione della linea editoriale, sotto la spinta dei sindacati. Mi disse che in redazione arrivavano sacchi di lettere di protesta, di lettori contrari al cambiamento di linea. Ma non ci fu niente da fare per rimediare. La proprietà, intimidita, lasciò fare. Molti giornalisti furono lieti di saltare sul carro del vincitore. Alcuni della vecchia guardia lasciarono (o si ritrovarono nella condizione di lasciare, perché non più graditi) il giornalismo.

Credo di interpretare il sentimento dei lettori nel sostenere che il Lami giornalista e scrittore come lo abbiamo apprezzato e lo ricordiamo oggi ha però un’altra origine, successiva. Lo ricorda puntualmente Mario Cervi:

La svolta che l’avrebbe pro­fondamente segnato dal punto di vista professionale arrivò con l’assunzione al Giornale , poco dopo che era stato fonda­to, nel 1974.

Montanelli aveva apprezzato le qualità di scrittu­ra del suo quasi conterraneo. Con il quale ebbe dopo d’allora un rapporto «toscano, anzi di Padule, una specie di amore a dispetto». L’ingresso al Giorna­le certificava non soltanto un’affinità stilistica, ma anche, e forse soprattutto, un’affinità ideologica. Anche da giovin si­gnore, prima dunque d’essere iscritto fra i veterani della cultu­ra, Lami era un conservatore illuminato: affezionato ai valori tradizionali ma ben capace di capire i nuovi momenti e i nuo­vi movimenti. Un libro, Il grido delle formiche , che era dedica­to al dissenso sovietico e che gli meritò il Premio Estense, lascia­va bene intendere, per argo­mento e per svolgimento, da che parte Lami stesse. Agli ordi­ni di Montanelli – se si può par­lare di ordini per uno, come In­dro, che alla direzione era nega­to – Lami fu finalmente in grado di fare il mestiere da sempre ambito. Quello dell’inviato in terre e vicende internazionali drammatiche, quello del corri­spondente di guerra coraggio­so e intelligente.

Oggi è giovedì, 18 aprile 2013. Sono passate più di due settimane dalla scomparsa di Lami. Non ho ancora terminato di scrivere il mio ricordo di lui, un po’ per mancanza di tempo un po’ perché ancora sento il peso dell’emozione legata alla sua scomparsa. Ho deciso di pubblicare ugualmente quanto scritto finora, sento che è mio dovere farlo. Cercherò di aggiornare questa pagina man mano, quando riuscirò. Giancarlo Nicoli.

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di Giancarlo Nicoli

Fonte: La Provincia.

LURATE CACCIVIO – Sulle note di “I will always love you” di Whitney Houston, l’ultimo saluto a Christian Gallo, morto di leucemia a dodici anni.

Un inno all’amore e, proprio per questo, la sua canzone preferita che, a suo modo, “Pucci” ha dedicato ai tanti che ieri hanno affollato il centro cristiano evangelico di via Carovelli per dargli l’ultimo saluto. Tra i tanti che gli hanno tributato un affettuoso abbraccio anche i compagni di classe e insegnanti suoi e del fratello Jacopo, dieci anni, accompagnati dal parroco don Renato Cameroni. Presenti anche colleghi del papà, maresciallo della guardia di finanza.

«Se dovessi rimanere finirei per intralciare la tua vita, quindi andrò via – scriveva Cristian sul suo diario [rivolgendosi alla mamma] – Lo so che penserò a te ad ogni passo della mia strada. Ti amerò sempre. Ricordi dolci e amari, questo è tutto quello che porto con me. Quindi addio, per favore non piangere. Sappiamo entrambi che io non sono quel che tu hai bisogno. Spero che la vita ti tratti con gentilezza e spero che tu abbia tutto ciò che sognavi. Ti auguro gioia e felicità, ma soprattutto ti auguro di amare. Ti amerò sempre».

Altra notizia correlata:
Muore di leucemia un ragazzo di Lurate.

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di Giancarlo Nicoli

Sulle prime mi è sembrata una legge ad personam, studiata per proibire il lancio di palle di neve contro il direttore del quotidiano “Il Foglio”, Giuliano Ferrara.

Invece no.

(ANSA) – FERRARA, 24 NOV – Attenzione a lanciare palle di neve. A Ferrara, puo’ costare caro. Il divieto di ”lanciare pietre, palle di neve, frutta o qualunque altro oggetto possa risultare di pregiudizio” e’ nella bozza del nuovo regolamento di polizia urbana in discussione. Divieto anche di ”coricarsi nei luoghi erbosi o recintati”. Inoltre la citta’ che ospita il festival internazionale dei buskers, impone ai suonatori di strada di non esibirsi per piu’ di quindici minuti in uno stesso luogo e mai oltre le 22.

Collegamento:
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2011/11/24/visualizza_new.html_14074288.html

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di Giancarlo Nicoli

26 settembre 2011.

Dal sito della Casa Editrice:

Redazione Sergio Bonelli Editore

Si è spento stamattina, dopo una breve malattia, il nostro editore, Sergio Bonelli. La Casa Editrice ringrazia tutti coloro che, in queste ore, hanno voluto testimoniare il loro affetto.

C’è la possibilità di lasciare un messaggio, a questo indirizzo: http://www.sergiobonelli.eu.

Ne ho lasciato uno anch’io:

Saluto Sergio Bonelli con il rammarico di non averlo potuto conoscere di persona, certamente doveva essere una bella persona e un bel personaggio.
Ho amato molto i suoi personaggi, quelli editi e quelli sceneggiati.
Lui non lo sapeva, ma mi ha tenuto compagnia in tante ore felici di svago e fantasia.
È un pezzo di noi che se ne va.
Addio caro Sergio.

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di Giancarlo Nicoli

Isabel Wakefiel è morta qualche giorno fa. È da quando l’ho saputo che sono sconvolto, anche se ormai è passata quasi una settimana. In questi giorni mi capita spesso di pensare a lei. Aveva 32 anni. Il figlio, di tre anni, è rimasto accanto a lei qualche ora, in bagno dov’era caduta, giocava, pensava che la mamma stesse dormendo. Straziante.

Isabel era una mia cliente (posso parlare di certi dettagli personali perché sono usciti sul giornale: non c’è alcuna rivelazione di segreto professionale!).  Soffriva di diabete insulino-dipendente da qualche anno.

Era una persona solare, era entrata in simpatia con noi dottori al banco. Approfittavo del fatto che fosse inglese (i giornali riportano che era spagnola, quella era senz’altro la cittadinanza perché era nata là, ma di genitori inglesi; aveva vissuto qualche anno a Portsmouth, dove il fratello possiede un’azienda di vendita di vino e birra) per parlare un po’ con lei in quella lingua, che non ho mai modo di praticare.

Quando la vedevo entrare in farmacia la salutavo invocando il nome a gran voce: «Isabel!». Era sempre di buon umore e con il sorriso sulle labbra. Ci sono alcune persone che quando le incontri ti cambiano la giornata in positivo. Lei era una di quelle.

Le nostre chiacchierate erano sempre brevi, per forza di cose, il tempo di servirla. Una volta era l’attività del fratello, come ho scritto prima, a Portsmouth. Una città che ci accomunava, perché là ho trascorso quattro mesi, al lavoro come farmacista in una importante catena britannica. Quindi avevamo qualche cosa da dirci.
Un’altra volta era la Spagna, da lei molto amata: le spiagge, il clima, la gente, le città. Un’altra volta erano i lavoretti qui in Italia, dove era venuta per amore del marito, italiano, conosciuto in Spagna. Anche la Spagna era un argomento di discussione in comune con noi dello staff, perché la dottoressa Susana, che ne fa parte, è spagnola di Madrid.

Isabel padroneggiava molto bene l’italiano, questo faceva di lei un’ottima segretaria sia per lavoro d’ufficio sia come interprete in convegni, fiere, incontri internazionali.

Veniva talvolta sola, talvolta col figlio, un gran bel bambino, solare anche lui, un bel torello per così dire. Non sono passate più di due settimane dall’ultima volta che l’ho vista. Una delle ultime volte (la penultima!) l’ho trattenuta qualche minuto in più per parlare di una persona, che avevo da poco conosciuto, che sapevo essere suo medico curante. Le avevo chiesto come poter contattare questa persona, dalla quale non mi ero fatto lasciare il recapito, perché intendevo mandarle un paziente. Lei era stata gentile, disponibile, avevamo trovato il modo di scherzare e ci eravamo fatti quattro risate.

Pensare che non c’è più, che non la vedrò più…  Sono dispiaciuto e addolorato per lei, che è morta a trentadue anni, è un’età in cui è troppo presto per morire; per suo figlio, che perde la mamma mentre ancora è così piccolo; per suo marito, che ha perso la sua dolce metà e dovrà pensare “per due” al figlio (ho due figli piccoli, il pensiero va a che cosa succederebbe se uno di noi due genitori dovesse improvvisamente mancare – mi vengono i brividi).

Addio cara Isabel, sei nei nostri ricordi, ti sia lieve la terra.

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