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di Giancarlo Nicoli

Le imprese generano la ricchezza che deve andare a vantaggio di tutti

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Dall’articolo di Stefano Montefiori del Corriere della Sera, ripreso da Dagospia:

Per questo ieri il discorso del socialista Manuel Valls ha strappato una irrituale standing ovation agli imprenditori riuniti al seminario estivo del Medef.

«Smettiamola di opporre sistematicamente Stato e imprese, capi d’azienda e dipendenti, organizzazioni patronali e sindacati — ha detto Valls —. Il nostro Paese è sfiancato da queste pose. La Francia ha bisogno delle sue imprese perché sono loro che, innovando, rischiando i capitali dei loro azionisti, mobilitando i loro uomini, rispondendo alle attese dei clienti, creano valore, e generano la ricchezza che deve andare a vantaggio di tutti». Niente che non sia stato detto già vent’anni fa da Tony Blair in Gran Bretagna, ma dalla sala arrivano applausi fragorosi e quasi increduli.

Vale anche per l’Italia, credo.

di Giancarlo Nicoli

Il disprezzo della competenza che devasta il nostro Paese, e che mette in fuga i migliori tra i nostri giovani.

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Grazie a Dagospia.

Tomaso Montanari per “Il Corriere della Sera”

Caro direttore,
le riflessioni di Gian Antonio Stella sul compenso che Giovanna Melandri avrebbe voluto autoerogarsi come presidente del Maxxi hanno colto un punto vivo e dolentissimo della politica culturale italiana.

()

Potremmo discutere a lungo sulla nomina del direttore cinese del Maxxi, sullo stipendio della sua presidente e sul trasporto di quest’ultima per lo yoga. Ma il vero è nodo è il disprezzo della competenza che devasta il nostro Paese, e che mette in fuga i migliori tra i nostri giovani. Questo è l’unico vero punto di cui dovremmo discutere.

di Giancarlo Nicoli

La lezione di Maffeo Pantaleoni.

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Avevo già riportato una citazione di Maffeo Pantaleoni:

«Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L’abilità consiste nel ridurre le spese, dando nondimeno servizi efficienti, corrispondenti all’importo delle tasse; fissare le tasse in modo che non ostacolino la produzione e il commercio o per lo meno che lo danneggino il meno possibile»

Abbiamo in carica attualmente un governo di tecnici, non eletti (non che cambi qualcosa tra eletti e non eletti, in questa sedicente democrazia italiana), che si devono inventare qualcosa per ridurre l’enorme debito pubblico nazionale.

Qualche suggerimento, per iniziare a rientrare, ce l’avrei:

  • vendere Enel;
  • vendere Finmeccanica;
  • quotare in borsa e vendere Poste Italiane;
  • quotare in borsa e vendere la RAI (Radio Televisione Italiana) e contestualmente abolire il canone (un tributo in meno per le famiglie che lo pagano);
  • quotare in borsa e vendere InvItalia, precedentemente conosciuta come Sviluppo Italia (questa voce non ve l’aspettavate);
  • vendere Terna.

Inoltre:

  • abolire le Province. Attribuire le competenze provinciali a Comuni e Regioni;
  • abolizione degli Ordini Professionali – che sono una cosa che esiste solo in Italia, nessun altro Paese al mondo ce li ha. Contestuale abolizione dell’Esame di Stato per l’accesso alla professione. Insomma, se una Università italiana ha laureato una persona, questa persona a partire dal giorno dopo deve essere in grado di liberamente aprire la propria attività professionale, senza alcun vincolo (Oggi non è così);
  • abolire i contributi pubblici all’editoria.

I grandi lavori:

  • Fermare la TAV. Lo sappiamo tutti che la TAV serve solo a chi la fa;
  • Fermare il ponte sullo Stretto di Messina. Per sempre. Solo l’idea di costruire un ponte in una zona ad alto rischio sismico, come quella tra Reggio Calabria e Messina, e sostenere che la costruzione è possibile, fa venire i brividi.

Sarebbe bello (farei se potessi):

  • Eliminare il Senato e dimezzare il numero dei deputati. Pensateci: non solo meno stipendi – che non sono la voce di spesa più importante, se ci riflettete – ma soprattutto meno veti incrociati, meno mercanteggiamenti, meno raccomandazioni, meno affari poco puliti, più velocità nella legificazione; e – si spera – più velocità nella delegificazione.

di Giancarlo Nicoli

Lavoro: Bankitalia, Non Studia e Non Lavora Il 23,4% Giovani. La gente non ha voglia di lavorare.

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Ho letto questa notizia: Lavoro: Bankitalia, Non Studia e Non Lavora Il 23,4% Giovani.

Vivo nella bassa comasca. Qualche giorno fa ho incontrato un amico che fa il mobiliere. In officina lavorano lui e la sua famiglia. Ci sono due dipendenti che non fanno parte della famiglia, uno è con lui da molti anni, l’altro è un giovane africano arrivato da poco.

Hanno molto lavoro.

Una volta si presentavano in falegnameria ragazzi del paese, o dei paesi vicini, che avevano terminato la terza media o una scuola superiore professionale, chiedendo di essere presi in prova, di imparare il mestiere e di essere poi assunti.

Sono anni, mi dice il mio amico, che non si presenta più nessuno.

La verità è che tutti vogliono un lavoro comodo. Nessuno ha più voglia di sporcarsi le mani con il lavoro.

di Giancarlo Nicoli

Mio commento al post di Beppe Grillo: ‘Passaparola – L’Italia puo’ ripartire – Tito Boeri’

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Il link al post da me commentato è qui: http://www.beppegrillo.it/2011/11/passaparola_lit.html

Vorrei commentare il seguente passaggio:

“quello che bisogna fare è tassare di più i patrimoni mobiliari, quindi gli investimenti finanziari che sono stati fatti, queste cose dovrebbero essere tassate esattamente come gli altri redditi. Non si capisce perché le rendite finanziarie devono essere tassate a un’aliquota fissa, mentre invece i redditi vengono tassati con delle aliquote progressive, chi è più ricco deve pagare di più anche le rendite finanziarie che riceve.
Un’operazione simile andrebbe fatta anche riguardo alla tassazione immobiliare perché davvero è sbagliato che chi ha proprietà immobiliari, la prima casa, la casa di grande valore, non paghi un Euro di tasse sulla prima casa. “

1 – il patrimonio accumulato è stato guadagnato con il lavoro, le tasse sono già state pagate sul lavoro. Una nuova tassazione sul patrimonio vuol dire che uno paga le tasse due volte. Vuol dire che uno il suo patrimonio se lo porta all’estero. Così facendo tra l’altro ci sono meno soldi per le imprese italiane.

2 – la casa di valore uno l’ha comprata e ci ha pagato le tasse, il notaio, ci paga la tassa rifiuti, le spese di manutenzione sono ovviamente proporzionali ai metri quadri… Tassare la prima casa vuol dire distruggere il mercato immobiliare, vuol dire immediatamente far scendere il valore delle case, vuol dire che chi ha la casa più grande la vende e ne compra una più piccola.
Ci sono troppe tasse e troppi sprechi.
Bisogna privatizzare tutte le aziende pubbliche, covi di parenti e amici e amici degli amici dei politici: si fa cassa e ci si libera della zavorra.
Bisogna abolire gli ordini professionali e abolire tutte le tariffe minime.
Gli imprenditori devono poter licenziare liberamente. Ci sono meno assunzioni di quanto si potrebbe perché se in una piccola azienda si assume un lavativo sono dolori. Non lo si può cacciare.

N.B. Non ho patrimonio, non ho casa di lusso e sono iscritto a un Ordine professionale… e mi firmo con nome e cognome come potete vedere.

di Giancarlo Nicoli

I governi non devono preoccuparsi della redditività del pubblico impiego (tanto paga Pantalone!).

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Dalla lettera corrente di John Mauldin (link alla lettera in formato pdf, link alla home page del sito di John Mauldin).

Pubblico in testa l’originale in inglese, in coda la mia traduzione in italiano.

Da pagina 3 (a proposito della situazione negli Stati Uniti – ma lo stesso vale per l’Italia!):

Government employment has become bloated because governments don’t have to worry about profitability. When faced with budget problems, politicians tend to make cuts in services like libraries or police protection that hurt voters to show taxpayers why the government can’t live with less instead of cutting patronage jobs and the like whose efforts would not be missed. Government can’t create jobs, but it can create a lot of policies and taxes that prevent jobs from being created.

Cioé:

Il pubblico impiego si è gonfiato perché i governi non debbono preoccuparsi di avere un profitto. Di fronte a problemi di bilancio, i politici tendono a tagliare i servizi come le biblioteche o le forze di polizia, tagli che colpiscono gli elettori, tagli studiati in modo da dimostrare che lo Stato non può fare a meno dei soldi delle tasse – i politici però non tagliano i posti di lavoro dati per clientelismo né altri sprechi, dei quali si potrebbe fare tranquillamente a meno. Lo Stato non può creare posti di lavoro, ma può inventare un sacco di politiche e di tasse che impediscono che i posti di lavoro vengano creati.

di Giancarlo Nicoli

Italiani vessati da burocrazia fiscale

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Fonte: Ansa.

Tre adempimenti al giorno

21 gennaio, 19:12

ROMA – L’Italia non è solo il Paese con una pressione fiscale fra le più alte (43,5% nel 2009; al terzo posto, dietro Danimarca e Svezia, fra i 33 paesi dell’area Ocse), ma è anche la patria degli adempimenti fiscali, che sembrano non finire mai. Le scadenze delle tasse che attendono al varco nel 2011 i contribuenti italiani sono ben 694, dice un’analisi di Confesercenti. Una lista così lunga e complessa nella quale, prima ancora di dichiarare e pagare, è già arduo orientarsi. Gli appuntamenti con il fisco interessano 103 giorni e non tralasciano nessun mese: luglio è il più vessato (74 scadenze). Ma mensilmente se ne contano quasi 60 (57,8), pari a 2,75 al giorno per ciascuna delle 252 giornate lavorative del 2011. L’appuntamento clou è il 16 luglio: ben 45.

Pagare le tasse poi costa ore di lavoro: 285 le ore che ogni azienda italiana impegna per espletare tutti gli obblighi, il doppio di Francia e Olanda, il 50% in più di Spagna e Germania; 60 ore in più della media europea, secondo una recente graduatoria della Banca Mondiale. “La semplice elencazione delle scadenze (solo quelle di natura fiscale, si sottolinea), ha richiesto ben 16 pagine – evidenzia l’organizzazione del commercio e delle Pmi guidata da Marco Venturi -. E’ la prova che c’é urgente bisogno di una riduzione degli adempimenti fiscali”. Un onere aggiuntivo per gli operatori economici, soprattutto per le Pmi: la burocrazia fiscale costa alle piccole e medie imprese italiane 2,7 miliardi l’anno (fra i 1.900 e i 2.300 euro, in media). “Un risultato impressionante, anche se tiene conto solo di un limitato numero di adempimenti” sottolinea Confesercenti che suggerisce di accorpare e sfoltire laddove possibile, incombenze per lo più ripetitive. La parola d’ordine è quindi semplificare: “Da un lato, si libererebbero ingenti risorse da destinare all’attività produttiva: per le sole Pmi si tratterebbe di almeno 650 milioni l’anno (ossia oltre 500 euro per operatore economico) – dice la Confesercenti – Dall’altro ne guadagnerebbe l’efficienza della pubblica amministrazione, con una riduzione dei costi di gestione del sistema tributario”.

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