Dec
26
Vent’anni di studi e 5.000 persone osservate. Un gruppo di ricercatori americani ha disegnato così la mappa del contagio della felicità. Nell’era di internet, gli amici virtuali contano poco: il “virus” si diffonde con il contatto fisico. Una persona con cui si è in sintonia, se abita vicino casa, innalza le chance di gioia del 25%. Un amico infelice, aumenta la nostra infelicità del 7%. Viceversa, un amico felice, aumenta la nostra felicità del 9%. Un regalo da 5 mila dollari ci dà solo il 2% di felicità in più. A illustrare la ricerca pubblicata oggi sul British Medical Journal è il quotidiano la Repubblica.
«Nonostante il successo dei gruppi su Internet - spiega il quotidiano - le emozioni positive non sono capaci di viaggiare né in rete né via telefono. Come un virus vero e proprio, la felicità per trasmettersi ha bisogno del contatto fisico. “Il luogo di lavoro - spiegano James Fowler dell´università della California a San Diego e Nicolas Christakis dell´Harvard Medical School - è come un cuscinetto che blocca il flusso di felicità da un individuo all’altro”. I due, sociologo il primo, un medico specializzato nel rapporto fra umore e salute il secondo, sono gli autori di questo studio che ha scavato fra montagne di dati, interviste e fatti personali relativi a 5.124 persone negli Stati Uniti».
«Nell’ultimo decennio le ricerche sui neuroni specchio - iniziato in Italia, a Parma, dal neuroscienziato Giacomo Rizzolatti - ha aiutato molto a spiegare come avviene la condivisione delle emozioni e come individui diversi possano entrare “in sintonia”. I detrattori di questa teoria sostengono che il meccanismo dell’empatia (negli uomini come negli animali) scatti solo quando osserviamo un altro individuo muoversi».
Fonte: La Repubblica, 5 dicembre 2008, pag. 37-39. A sua volta citata dal sito eDott.
Nov
26
L’Italia è prima nella statistica che conta di più: quella della vita. Da noi infatti si vive più a lungo che nel resto d’Europa. Gli uomini italiani sono in cima alla classifica con 80,4 anni di aspettativa media, seguiti dagli svedesi con 80,3. Lo studio europeo che esce oggi sulla rivista medica The Lancet si sofferma sulle ragioni di questo primato. Tra i 25 paesi europei si vive più a lungo e si invecchia con meno acciacchi laddove il livello di istruzione è più elevato, il sistema sanitario pubblico è meglio finanziato e le politiche a favore degli anziani sono più supportate da fondi. L’articolo è di Repubblica.
«La correlazione - sottolinea la curatrice dello studio, Carol Jagger dell’università inglese di Leicester - fra ricchezza, educazione e durata della vita è molto stretta. E nell’Europa a 25 il nucleo centrale dei quindici offre panorami nettamente migliori rispetto ai dieci paesi arrivati dopo con economie più traballanti».
«Il primato italiano - secondo Antonio Golini, che insegna demografia alla Sapienza ed è membro dell’Accademia dei Lincei - ha cause note come dieta, un sistema sanitario che funziona bene nonostante qualche scandalo e una generale condizione di salute che si trasmette per via genetica di padre in figlio. Siamo abituati ad accentuare i lati negativi della nostra condizione, ma in Italia godiamo di un buon sistema di vita e abbiamo il vantaggio di non avere grandi metropoli. Nelle città medie e piccole che caratterizzano il nostro paesaggio la qualità dell’esistenza è molto migliore».
«In un paese che invecchia - conclude l’articolo di Repubblica - e ha un pil privo di grinta l’unica soluzione è quella di mettere in atto la raccomandazione avanzata dal Consiglio Europeo: portare al 50% il livello di occupazione dei lavoratori con più di 55 anni e far slittare gradualmente l’età pensionabile verso i 70 anni. È ovvio che la fase di attività di un individuo debba andare di pari passo con l’allungamento della sua vita».
Fonti del 17 novembre 2008
- La Repubblica, pagg. 1, 17.
Nov
18
Chi guarda più TV è infelice
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Uno studio afferma che le persone felici leggono e socializzano, mentre quelle infelici passano più tempo davanti alla TV
College Park, Maryland. Un nuovo studio, condotto dai sociologi dell’Università del Maryland conclude che le persone infelici guardano più TV, mentre coloro che si descrivono come molto felici passano più tempo immersi nella lettura e socializzando. Lo studio appare nel numero di dicembre del giornale Social Indicators Research.
I ricercatori del Maryland hanno analizzato dati raccolti in 30 anni di studi e sondaggi riguardanti l’uso del tempo libero. Essi hanno rilevato che passare il tempo guardando la televisione può dare un senso di felicità momentaneo, con effetti meno positivi nel lungo termine.
«Sembra che la TV non soddisfi le persone sul lungo termine tanto quanto il coinvolgimento sociale o la lettura», dice il sociologo John P. Robinson dell’Università del Maryland, coautore dello studio e pioniere nelle ricerche sull’uso del tempo. «È più passiva e può dare un rifugio temporaneo – specialmente quando le notizie sono deprimenti. I dati suggeriscono che l’abitudine alla TV può dare un piacere momentaneo, a spese del benessere più a lungo termine».
Nel loro studio, Robinson e il suo coautore, il sociologo Steven Martin dell’università del Maryland, hanno analizzato dati che coprono circa trent’anni, dal 1975 al 2006.
Robinson e Martin hanno trovato che le persone che si definiscono felici sono più attive socialmente, frequentano di più i luoghi di culto, votano di più e leggono di più. Al contrario, le persone infelici guardano molta più televisione nel loro tempo libero.
Secondo i risultati della ricerca, le persone infelici guardano il 20 percento di televisione in più rispetto alle persone molto felici. Tale risultato tiene conto tra l’altro delle differenze culturali, di reddito, età e stato civile.
«Gli spettatori sembrano dire che ‘mentre la TV è una perdita di tempo e un passatempo non particolarmente gradevole, il programma che ho visto stasera era bello’», dice Robinson.
Le persone infelici sostengono di avere più tempo libero che non sanno come passare (51 percento) rispetto alle persone molto felici (19 percento).
Martin paragona il piacere breve, estemporaneo, del guardare la TV a una droga: «Le attività che generano dipendenza offrono un piacere momentaneo ma infelicità e rimpianto a lungo termine», dice. «Le persone più vulnerabili alla dipendenza tendono a essere svantaggiate da un punto di vista sociale o personale. Per queste persone, la TV può diventare come una droga. Diventa un’abitudine, e aprire il televisore può essere un modo facile di chiudersi al mondo».