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di Giancarlo Nicoli

In aumento il tumore al rene e un articolo dell’American Journal of Clinical Nutrition punta il dito contro un consumo eccessivo di carne cotta alla piastra. Aumentano infatti i casi in adulti forti consumatori, meglio dunque non superare i 500 grammi alla settimana. A questa conclusione è giunto uno studio dell’Health Science Center dell’università del North Texas e pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition. Circa 500mila adulti ultracinquantenni sono stati intervistati sulle loro abitudini alimentari e seguiti per una media di nove anni. Durante il periodo d’indagine il 19% del campione ha sviluppato il tumore del rene e tutti hanno ammesso un alto consumo di carne rossa cotta su piastre arroventate. La causa sarebbe nel maggiore apporto di ammine eterocicliche, HCA, sostanze chimiche sviluppate nella carne cotta ad alte temperature. Questo studio è anche una conferma di un’altra ricerca dell’University of California che aveva già evidenziato come la carne grigliata poteva accrescere il rischio di cancro alla prostata e all´intestino, a causa della produzione di due agenti cancerogeni (MelQx e DiMelQx).

L’urologo Aldo Franco De Rose del San Martino di Genova consiglia: «Il World Cancer Research Fund suggerisce di non mangiare più di 70 grammi al giorno di carne rossa molto cotta e non superare i 500 grammi ogni settimana, evitando cotture prolungate. Protettiva è una dieta ricca di vegetali e verdure. Attenzione poi al fumo: la sua abolizione potrebbe ridurre di circa un 25% il rischio di sviluppare il tumore al rene. Sorveglianza più attenta per chi ha parenti di primo grado con carcinoma renale, il rischio di sviluppare lo stesso tumore è quattro volte maggiore rispetto alla popolazione generale».

Fonte:

  • Salute di Repubblica, 17 gennaio 2012, pag. 35.

di Giancarlo Nicoli

Fonte: Quotidiano Sanità.

Non è uno scherzo ma quanto emerge da un un imponente studio condotto in tutti e cinque i continenti e pubblicato su European Heart Journal. Auto e televisore sono infatti indicatori importanti di una vita troppo sedentaria. E il rischio di patologie cardiache aumenta

12 GEN – I medici ci hanno sempre detto che una vita troppo sedentaria non fa bene alla salute e che per stare bene bisognerebbe imparare a fare una moderata attività fisica. Ma che possedere una macchina e una televisione aumentassero il rischio di sviluppare patologie cardiache nessuno ce l’aveva mai detto. Fino ad oggi. Uno studio svedese pubblicato su European Heart Journal ha infatti mostrato che questi beni sono indicatori di una vita più sedentaria e che chi li possiede vede aumentato il pericolo di avere un attacco cardiaco addirittura del 30 per cento.

L’articolo completo è qui: http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=6935

 

di Giancarlo Nicoli

Il presente articolo è figlio di alcune riflessioni scaturite da:

  1. La lettura dell’interessante libro di Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra (Vi rimando al link se siete interessati a saperne di più a proposito del libro);
  2. recentemente si è suicidato un mio cliente (la notizia non è stata data né in stampasul web, probabilmente per evitare fenomeni di emulazione);
  3. una cosa tira l’altra, sono arrivato a leggere questo articolo sulla Danimarca e questo sulla Svizzera.

Al di della crisi di Borsa, delle tasse troppo alte a fronte di servizi scadenti (almeno in Italia), del problema relativo all’elevato indebitamento di molti Stati – Grecia, Portogallo, Italia vengono subito in mente, ma non è che gli altri stiano tutti bene – penso che sia ormai opinione che si sta diffondendo che il modello di sviluppoOccidentale” (chiamiamolo così), è in crisi.

Terzani, in questo suo libro, che peraltro in questo momento no ho ancora terminato (sono circa a metà), mostra – tra le altre cosechiaramente la dicotomia tra la potenza statunitense e l’infelicità dei suoi cittadini.

In questi giorniripeto – di crisi globale (ma io mi sento fiducioso e tranquillo, grazie!), ho cercato informazioni a proposito dei Paesi felici e di quelli che invece non lo sono. Utilizzando Google e Wikipedia, sono giunto al Satisfaction with Life Index (il link diretto, trovato su Wikipedia, non funziona. Forse il documento è stato tolto. Vi indirizzo al sito dell’Università di Leicester, luogo di lavoro di Adrian G. White, che creò l’indice in questione).

Nel 2006, le dieci nazioni i cui abitanti erano i più felici al mondo, erano: Danimarca, Svizzera, Austria, Islanda, Bahamas, Finlandia, Svezia, Bhutan, Brunei, Canada. L’Italia figura al cinquantesimo posto; gli Stati Uniti d’America – che prendo a riferimento perché sono la potenza imperiale globale di quest’epocasono al ventitreesimo posto.

Sono stato in Danimarca, Svizzera, Finlandia, Svezia e Stati Uniti. Tutta questa maggiore felicità rispetto all’Italia non l’ho vista. Sono posti dove si vive meglio (però dobbiamo lasciar fuori dal computo il clima e la qualità del cibo: e dite poco?), questo è sicuro: più ricchezza, meno tasse, più servizi (che funzionano) e via di seguito. Sono stato anche alle Bahamas. Non sono male. Ma non ci vivrei.

Mentre davo un’occhiata alla Danimarca, mi è capitato di leggere questo articolo: Danimarca oggi (risale al 2008). Qualora lo leggeste, vi prego di notare il riferimento alla percentuale di suicidi. Invece, per quanto riguarda la Svizzera, l’articolo dell’Ansa che vi linko è proprio di oggi: se i giovani svizzeri sono inquieti, una ragione ci sarà.

Quindi la mia riflessione è: se si suicidano, vuol dire che sono tristi, non che sono felici.

Sempre grazie a Wikipedia, sono riuscito a trovare l’elenco di nazioni, ordinate in base al tasso di suicidi. La Finlandia compare al posto n. 14, la Svezia al 18, la Svizzera al 23, l’Austria al 29, il Canada al 34, l’Islanda al 38, gli USA al 39, la Danimarca al 40, l’Italia al 72 – uno dei tassi più bassi, siamo quasi in fondo alla classifica: in questo caso essere in fondo è un buon segno!

In questa ricerca sulla felicità, sempre grazie a Wikipedia mi sono imbattuto nellIndice di Qualità della Vita, a cura della Economist Intelligence Unit. L’Italia figura all’ottavo posto.

In quali città si vive meglio? Ci sono tre istituti che cercano di determinare quali siano le città che offrono la migliore qualità di vita. Su Wikipedia c’è una pagina che riassume le risposte. Città italiane presenti nelle varie classifiche: ai primi posti, zero. Beh, per noi italiani non è una novità.

Per chiudere, vi linko il questionario sulla felicità, che ho trovato girando in giro per il web, dell’Università di Oxford.

di Giancarlo Nicoli

Secondo uno studio pubblicato sul prestigioso Lancet l’alcol è la sostanza più pericolosa, più di eroina e crack. Il tabacco invece avrebbe quasi gli stessi effetti deleteri della cocaina. Sono queste le conclusioni del professore britannico David Nutt, che un anno fa era stato licenziato da consulente del governo laburista di Londra per la sua visione non convenzionale della lotta agli stupefacenti. Ma nonostante abbia perso il posto non ha abbandonato il suo campo di analisi e con altri esperti dell’Independent Scientific Committee on Drugs ha condotto un ampio studio, considerando 20 sostanze che producono dipendenza e analizzandole in base a due categorie: i danni che possono provocare all’individuo e quelli causati agli altri e alla società (come crimine, danni ambientali, costi per l’economia e la sanità, ecc.).

Eroina, crack e crystal meth (metanfetamina) sono le sostanze più dannose per le persone che ne fanno uso, ma se si tiene conto di entrambi i punteggi diventa l’alcol la «droga» più nociva di tutte, con un punteggio di 72 (su 100). Staccata a 55 c’è l’eroina e a 54 il crack. La cocaina raggiunge i 27 punti, solo uno in più del tabacco, altro piacere legale. L’anfetamina è a 23, mentre la cannabis a 20. In ultima posizione i funghi allucinogeni, con 5 punti. La Gran Bretagna è un Paese dove l’alcolismo, soprattutto tra i giovanissimi, è una piaga sociale allarmante. Ma il governo tira dritto per la sua strada e ieri il ministero della Salute ha fatto sapere che non cambierà la classificazione delle droghe, che è già efficace così come è stata concepita.

Fonte (tutti 2 novembre 2010):

  • Corriere della Sera, pag. 25.
  • Il Messaggero, pag. 11.
  • La Repubblica, pag. 22.
  • La Stampa, pag. 25

di Giancarlo Nicoli

I danni che l’obesità provoca al corpo, con una perdita media di 8-10 anni di vita, equivalgono a quelli subiti da un accanito fumatore. E nella maggior parte dei Paesi Ocse questa malattia sta diventando il nemico numero uno per la salute pubblica. Ogni 15 kg di peso in eccesso, il rischio di morte prematura aumenta infatti del 30%. E in dieci Paesi Ue, è dimostrato che l’obesità dimezza la probabilità di vivere una normale vita attiva. Gli oneri economici sui sistemi sanitari nazionali sono pesanti e in continua crescita: la spesa per una persona obesa è superiore del 25% a quella per una persona con peso normale, e i costi crescono in maniera esponenziale con l’aumentare dei chili di troppo. Complessivamente l’obesità è responsabile di circa l’1-3% della spesa sanitaria totale (5-10% negli Stati Uniti). Con l’aumento delle malattie correlate all’eccesso di chili, i costi saliranno rapidamente nei prossimi anni. Sono alcuni dei dati contenuti nel nuovo Rapporto Ocse: «L’obesità e l’economia della prevenzione: fit not fat», curato da Franco Sassi, esperto di economia della salute dell’Ocse, su cui i ministri della Salute dell’area discuteranno a Parigi il 7-8 ottobre prossimi.

Il fenomeno si è aggravato negli ultimi decenni al pari di una vera e propria epidemia. Fino al 1980, si legge nel rapporto Ocse, meno di 1 persona su 10 era obesa. Da allora, i tassi sono raddoppiati o triplicati e nella metà dei Paesi dell’area 1 persona su 2 è sovrappeso od obesa e le previsioni indicano che entro 10 anni più di 2 persone su 3 saranno sovrappeso in Paesi come gli Stati Uniti, l’Inghilterra o l’Australia. Il problema colpisce le donne più che gli uomini, ma nella maggior parte dei Paesi Ocse i tassi di obesità sono cresciuti più rapidamente negli uomini. Il livello culturale incide direttamente, soprattutto nelle donne: la malattia è infatti più comune tra le persone con bassi livelli di reddito o d’istruzione. In diversi Paesi, le donne con basso livello d’istruzione hanno una probabilità di essere sovrappeso 2-3 volte maggiore rispetto a quelle con maggiore educazione.

Un importante fattore è rappresentato anche dalla familiarità: i bambini con almeno un genitore obeso hanno una probabilità 3-4 volte maggiore di essere obesi. La causa è, in parte, genetica, ma i bambini acquisiscono gli stili di vita dei genitori (dieta poco salutare e vita sedentaria) e questo mezzo di trasmissione ha giocato un ruolo fondamentale nell’attuale epidemia. Il Rapporto Ocse rileva un gap occupazionale e retributivo tra obesi e non-obesi. Le persone obese guadagnano fino al 18% in meno di quelle normopeso.

Fonte:

  • Sanità del Sole 24 Ore, dal 28 sett. al 4 ott., pag. 1, 16, 17.

di Giancarlo Nicoli

Da quindici anni, il medico indiano Madan Lan Kataria cura i suoi pazienti insegnando l’arte della risata. E’ diventato una star grazie al film del regista Mira Nair The Laughter Club Of India e adesso diffonde nel mondo il suo metodo ribattezzato Laughter Yoga, lo yoga della risata. Questa disciplina unisce il sorriso forzato alla meditazione e promette di curare, con 15 minuti di risata al giorno, malattie come la depressione e i tumori. I meccanismi sarebbero nascosti nel rilascio di endorfine, che favorendo l’ossigenazione del sangue, porta alla produzione di emoglobuline, cioè degli anticorpi. Ma prima ancora era stata la Humour Therapy a superare le resistenze degli scettici. Il maestro Kataria sostiene che i benefici del buonumore possano essere indotti dalla risata forzata, provocata ad arte senza nessuna spiritosaggine. Sono 60 mila le persone che studiano il Laughter Yoga in 60 diversi paesi, 400 i club negli Stati Uniti dove si tengono corsi.

Fonte:

  • La Repubblica, 10 settembre 2010, pag. 43, 51.

di Giancarlo Nicoli

Dal prossimo gennaio, i francesi potranno scegliere l’ospedale dove farsi curare grazie ad una classifica pubblicata sul sito dell’Alta Autorità Sanitaria. Gli ospedali esibiranno i punti guadagnati in base al tasso di infezioni nosocomiali, alla trasparenza della cartella clinica e del dossier dell’anestesista, alla tracciabilità della valutazione del dolore e anche in base ai tempi di invio dei documenti ai pazienti alla fine del ricovero.

Finora la pubblicazione dei risultati ottenuti dai diversi ospedali era solo opzionale, ma diventerà obbligatoria dal primo gennaio. Da quando queste «pagelle» sono compilate e rese pubbliche, il numero delle infezioni nosocomiali in Francia sarebbe in costante diminuzione. Per il momento, la hit parade è guidata dal policlinico Lariboisière nel decimo arrondissement di Parigi, l’unico ospedale «a cinque stelle» di Francia.

Fonte:

  • Il Messaggero, 14 dicembre 2009, pag. 10, 12.

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