web analytics
Pubblicità

di Giancarlo Nicoli

Giampaolo Pansa su Libero cita Joshua Topolsky intervistato dal magazine del Sole 24 ore — il link rimanda alla ripresa di Dagospia.

Di solito sono ottimista, lo sono sempre stato sin da giovane. In un bicchiere vedo ogni volta il mezzo pieno e non il mezzo vuoto. E dal momento che scrivo per i giornali, conservo una grande fiducia nell’ importanza della carta stampata. Per questo ritengo che quotidiani e settimanali possano avere ancora una grande influenza sull’ esito delle battaglie civili. A una condizione che ho trovato descritta sull’ ultimo magazine del Sole 24 Ore, diretto da Christian Rocca che ha raccolto l’ opinione di un grande esperto di media: il francese Joshua Topolsky.

Topolsky ha spiegato che il business dei media tradizionali non sarà salvato dai video, né dagli algoritmi o dalle newsletter. Non servono nemmeno nuove esperienze innovative di lettura su iPad, life video, integrazioni con i social, partnership con Twitter. Tutte queste cose assieme potrebbero anche essere utili, però saranno sempre fuori sincrono rispetto alla «nuova magia» tecnologica prossima ventura.

 «Ma il vero problema dell’ editoria» ha scritto Topolsky «è che si producono stronzate. Un mare di stronzate. Stronzate di bassa lega che non interessano a nessuno. E questo mentre un pubblico sempre più consapevole, sempre più connesso e anche capace di cambiare idea, non riesce a trovare altro che questa robaccia. E non la vuole. Vuole roba buona, che andrà a trovare altrove e che addirittura pagherà per averla. Il futuro dei giornali è il passato. Scommettere sulla storia e la credibilità delle testate, puntare sulla qualità dei contenuti, raccontare vicende, scriverle bene, coltivare talenti, stupire, far circolare nuove idee utili e divertimenti per i lettori».

di Giancarlo Nicoli

Fonte: Dagospia. Introvabile sul sito del quotidiano e su quello di Paolo Guzzanti.

Da “Giornalismo Italiano 1968-2001″ (ed. Mondadori”)

Con l’occhiello Il ministro Franco Evangelisti parla dei suoi rapporti col finanziere dello scandalo Italcasse e il sottotitolo «Sono amico di Gaetano da vent’anni e i quattrini che mi ha dato sono serviti per finanziare la corrente, la mia campagna elettorale e il partito», in “da Repubblica”, 28 febbraio 1980. Ripubblicato, con il titolo “La confessione di Evangelisti”, in «la Repubblica» dieci anni. 1980. Il trionfo di Reagan, a cura di Giorgio Dell’Arti, supplemento a “da Repubblica” n. 59 dell’ll marzo 1986, pp. 7-8.

Ministro Evangelisti, lei ha preso soldi dai Caltagirone?  

«Sì, da Gaetano. Io sono amico di Gaetano Caltagirone, gli altri fratelli quasi non li conosco.»

Quanti soldi?  

«E chi se lo ricorda. Ci conosciamo da vent’anni e ogni volta che ci vedevamo lui mi diceva: «a Fra’, che ti serve?»

Così’? Caltagirone tirava fuori il libretto e scriveva?  

«Sì, così. E senza nessuna malizia. Chi ci pensava a questi scandali? Chi pensava di fare qualcosa di male? Non le pare?»

Non mi pare, che cosa?  

«No, dico: se uno voleva fare il furbo, mica andava a incassare un assegno. Uno, se sa che sta facendo un’operazione illecita, chiede i soldi in contanti e in valigia e manda a ritirarli da un terzo. Non crede?»

E lei che faceva?

«Io? Niente. Pigliavo la penna e ci mettevo sopra il mio nome a stampatello, perché Gaetano il nome non lo metteva: lo lasciava sempre in bianco.»

E questi soldi a che cosa le servivano?  

«Per finanziare la corrente. Per finanziare le mie campagne elettorali, per finanziare il partito.»

Anche dopo l’entrata in vigore della legge sul finanziamento pubblico?

«Be’, certo. Che vuol dire? Quella legge, d’altra parte, non è che proprio vieti … »

Caltagirone finanziava soltanto lei?  

«No, no. Finanziava tanta gente.»

Per adesso si conosce soltanto il suo nome e quelli di Caiati e Sinesio.  

«A me risulta che Caltagirone, così come ha la nostra finanziato la nostra corrente, nello stesso modo ha dato soldi anche alla corrente fanfaniana, ai dorotei e a Forze Nuove.”

E al partito?

«Certo: e al partito.»

Si rende conto della gravità di queste sue ammissioni?

«Io facendo quest’intervista è come se parlassi davanti al Parlamento: non posso dire il falso e non voglio tacere il vero. E nel vero c’è anche questo: che mai c’è stata la minima interferenza, la più piccola sovrapposizione fra l’affare dell’Italcasse e noi. Per “noi” intendo la corrente andreottiana.»

Scusi, lei da dove pensava che venissero tutti i milioni che Gaetano Caltagirone tanto generosamente le metteva a disposizione?  

«E che dovevo sapere io? lo pensavo che fossero soldi suoi, roba sua propria. Io non sapevo niente di tutte quelle società di Gaetano e neppure sapevo che l’Italcasse avesse erogato 205 miliardi a un solo uomo. Ma andiamo! Che cosa ci stavano a fare gli organismi di vigilanza?»

Che cosa le chiedeva Caltagirone in cambio dei suoi versamenti?  

«Gaetano? Niente. Lui era, anzi è, un amico. Un amico della DC e non soltanto amico mio. Anzi, è amico di tanta altra gente che non è neppure democristiana. In fondo, a parte la provenienza dei soldi, di cui io non so niente, dove sta lo scandalo?»

Già: secondo lei dove sta lo scandalo?  

«Posso dire? Guardi, me lo metta fra virgolette: io ero strasicuro che la questione sarebbe esplosa durante il congresso e che sarebbe stata strumentalizzata. È chiaro che qualcuno ha tirato fuori le carte e le ha fatte avere ai giornali. Ed è chiaro che è stato violato il segreto istruttorio e anche altri segreti. Io però vorrei sapere una cosa.»

Dica.

«Io vorrei sapere perché, quando non ci sono di mezzo degli amici di Andreotti, non si va mai a fondo. Vorrei che finalmente si conoscessero i nomi dei 500 esportatori di capitali all’estero. Sugli altri non si rivela mai niente. E qui con la storia Caltagirone l’unico nome che esce fuori è il mio. Evidentemente gli altri o sono protetti, oppure sono nomi che non fanno cronaca.»

Chi sono gli amici di Caltagirone?  

«Sono tanti. Ecco, io con Gaetano sono sempre andato d’accordo tranne quando ha insistito tanto per avere il cavalierato del lavoro e quando si è fatto il jet personale. Insomma! Un po’ di decenza: due fratelli, due jet.»

Parlavamo degli amici di Caltagirone.  

«Ah, sì. Dunque, Gaetano ha voluto per forza fare una grande festa a casa sua, per inaugurare la casa. Anche lì non m’è piaciuto, ha voluto strafare: c’erano tutti. Ministri e politici di primissimo piano, il fior fiore dei magistrati, giornalisti di grido e i comandanti dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.»

E poi?  

«E poi non mi ricordo. Ma a casa di Gaetano trovavi la gente più diversa e di diversa estrazione politica. Insomma, allora Caltagirone non faceva schifo a nessuno e credo che neppure i suoi soldi, facessero schifo, a giudicare dalle correnti della DC che finanziava.»

Lei ha detto che il suo nome è uscito fuori per una sorta di congiura. Adesso lei chiama in causa dorotei, fanfaniani, Forze Nuove. E poi che cosa succederà?  

«Niente: se la faccenda di Caltagirone si chiuderà così, con una composizione bancaria, allora vorrà dire che soltanto io avrò avuto una pubblicità negativa. Ma se il procedimento della bancarotta andrà avanti, allora anche tutti i prestanome usciranno fuori e dai prestanome si arriverà direttamente ai destinatari. Ma io mi auguro, nell’interesse di Caltagirone e delle banche creditrici, che si possa trovare un punto d’incontro. La sua è una bancarotta per modo di dire, perché non ha lasciato dietro di sé soltanto debiti, ma anche palazzi, immobili che hanno un valore. Comunque in me resta l’amarezza di un’Italia delle mezze verità e delle compiacenti coperture.»

Paolo Guzzanti

 

di Giancarlo Nicoli

Grazie a Dagospia.

Tomaso Montanari per “Il Corriere della Sera”

Caro direttore,
le riflessioni di Gian Antonio Stella sul compenso che Giovanna Melandri avrebbe voluto autoerogarsi come presidente del Maxxi hanno colto un punto vivo e dolentissimo della politica culturale italiana.

()

Potremmo discutere a lungo sulla nomina del direttore cinese del Maxxi, sullo stipendio della sua presidente e sul trasporto di quest’ultima per lo yoga. Ma il vero è nodo è il disprezzo della competenza che devasta il nostro Paese, e che mette in fuga i migliori tra i nostri giovani. Questo è l’unico vero punto di cui dovremmo discutere.

%d bloggers like this: