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di Giancarlo Nicoli

Come sapete, ho preso a cuore le due questioni riguardanti i cani:

  1. spesso sono lasciati liberi di girare senza guinzaglio e senza museruola;
  2. in ogni caso, a mio modesto avviso, è ora di dare un giro di vite al possesso di cani di grossa taglia, di razze individuate come pericolose.

L’ultima notizia viene dalla provincia di Bergamo.

Dall’Eco di Begamo:

Gaverina, migliora l’anziana azzannata dal rottweiler.

Resta ricoverata in prognosi riservata ma è sveglia ed è uscita dal coma farmacologico l’ottantenne aggredita insieme alla cognata da un rottweiler sabato scorso a Gaverina ()

Dal Corriere della Sera:

L’animale si è scagliato contro tre donne che gli davano da mangiare: 84enne ha lesioni a testa, gola e braccia ()

Il commento del Giorno:

2010-04-13 — BERGAMO —

IL DRAMMATICO CASO dell’anziana aggredita dal rottweiler del nipote sabato a Gaverina ha subito riaperto le polemiche sul problema dei cosiddetti “cani pericolosi”, qualche anno fa espressamente indicati dal Ministero della Salute in un elenco che comprendeva diciassette razze e poi soppresso per lasciare spazio a una normativa (quella attualmente in vigore) più “soft”, che presta attenzione, più che alle categorie generali, ai singoli animali definiti “difficilmente gestibili”.

UNA SCELTA CONTESTATA dal Codacons che, in proposito, proprio dopo il caso di Gaverina, ha chiesto anche le dimissioni del sottosegretario alla Salute, Francesca Martini, responsabile «di aver cancellato senza giustificazione la lista e i rimedi collegati». Il responsabile del Servizio Veterinario dell’Asl di Bergamo, il dottor Paolo Antoniolli, preferisce tuttavia usare parole caute: «Su simili questioni – dichiara – è facile arrivare allo scontro, anche politico. La verità è che a monte della scelta del sottosegretario c’è la convinzione, come si dice spesso, che “tutti i cani siano buoni” e che, quindi, maggiore attenzione debba essere dedicata ai padroni. Ha ragione, del resto, chi sostiene che quell’elenco era basato su dati statistici e non su una precisa letteratura scientifica benché, personalmente, sia convinto che tale lista non fosse del tutto inutile».

IL NODO, allora, riguarda piuttosto le modalità con cui l’ordinanza attualmente in vigore, datata 23 marzo 2009, regolamenta le modalità d’azione in caso di animali pericolosi: «Quando il veterinario, nel corso della sua attività, si trova di fronte a simili situazioni – spiega Antoniolli – oltre alla profilassi d’obbligo, deve farne segnalazione all’Asl, che provvede ad inserire il cane, indipendentemente da razza e taglia, in un apposito registro. Attualmente in Bergamasca ne compaiono una ventina. Nei loro confronti, il padrone è tenuto a rispettare determinati comportamenti, a cominciare dall’obbligo del guinzaglio e della museruola nei luoghi pubblici». Come ricorda Antoniolli, però, c’è un modo per superare questa fase: «Padrone e animale – dice – possono sottoporsi ad un corso di formazione e al relativo test finale: se l’esito è positivo, le limitazioni possono venire revocate». Ma è proprio qui che nascono i problemi: «La legge – ricorda il veterinario – prevede che, oltre all’Asl, nei corsi siano coinvolti i Comuni e le associazioni animaliste. Purtroppo, all’atto pratico, la presenza di una molteplicità d’attori non rende sempre facile il compito».

IN OGNI CASO, qual è la prima regola da rispettare quando di fronte c’è un animale che, per razza o, soprattutto, mole, può diventare pericoloso? «Personalmente – risponde Antoniolli – sono convinto dell’importanza dell’educazione del cane. Spesso, anche in buona fede, il padrone sbaglia. Occorrono, perciò, cautela e responsabilità, avendo anche il coraggio di fare un passo indietro quando è chiaro che il cane fraintende gli atteggiamenti di chi gli sta di fronte e quindi può diventare aggressivo. Anche a me è capitato, pur mosso dalle più buone intenzioni, di dover recedere quando mi sono reso conto dell’impossibilità di costruire un rapporto positivo con il cane. Mi riferisco – conclude infine – a una riflessione generale, prescindendo naturalmente da ogni valutazione sul caso specifico di cui si stanno occupando le cronache”.

Alessandro Borelli

http://ilgiorno.ilsole24ore.com/bergamo/cronaca/locale/2010/04/13/317611-nella_bergamasca_registrati_venti_cani_pericolosi_animale_educato_volte_impossibile.shtml

Altre notizie sono sotto il tag contenente le notizie che riguardano assalti di cani a persone.

di Giancarlo Nicoli

Questa è una recensione in deroga – per così dire. Così come mi è venuta. Può essere utile dare un’occhiata qui.

Ho acquistato questo libro d’impulso. Avevo letto una segnalazione, quei francobolli che adesso vanno di moda sui giornali: riproduzione della copertina, riproduzione del testo in quarta, e le chiamano recensioni. Ma quella relativa a questo libro è accattivante, mi è rimasta in mente. Stavo girando per il centro città e ho visto il libro in vetrina in una libreria (la Ubik di Como). È stato un attimo: sono entrato e l’ho comprato.

Dunque, ecco la quarta di copertina:

“Il triangolo del successo: un’idea, abbastanza fiuto e molto coraggio. Quello del fallimento: molte idee, abbastanza fiuto e zero coraggio”.

… e altri 83 principi in un saggio breve, ironico, diretto, che propone altrettanti consigli per arrivare ai primi posti nella vita, nel business, nel marketing, nelle vendite, nella pubblicità.

Uno strumento formidabile per risvegliare il cervello dei singoli, dei gruppi e delle imprese, perché – frase dopo frase – offre al lettore una vera e propria valanga di concetti e di idee che mettono in luce le enormi potenzialità della nostra mente e aprono prospettive inedite da cui vedere la realtà quotidiana.

Un caso editoriale – in vetta alle classifiche dei libri più venduti in Spagna e in corso di pubblicazione in inglese, portoghese, coreano – che vi condurrà, tra paradossi e consigli, a scoprire le vostre qualità nascoste e a utilizzarle al meglio per raggiungere il top.

Joaquín Lorente è un importante pubblicitario spagnolo noto a livello internazionale, pluripremiato e creatore dell’immagine di famosi brand, da Camper ad Allianz.

Vorrei analizzarla, questa quarta di copertina. Il triangolo del successo è l’idea pratica numero 3 (su 84, come recita il titolo). È suggestiva, accattivante, semplice. Non che le altre ottantatré valgano molto, ma una è sufficiente per vendere l’intero libro (infatti l’ho comprato).
Esso viene descritto come un saggio (ironico, ecc.). Ma non ha una bibliografia. Un saggio di vita, business, marketing, vendite, pubblicità: senza bibliografia?
L’ultima parte è un classico della propaganda. Il fatto che il libro sia in vetta alle alle classifiche dei libri più venduti in Spagna e in corso di pubblicazione in inglese, portoghese, coreano, ha a qualcosa a che vedere con il suo valore letterario (o anche soltanto pratico)? Ovviamente no. Ma a voi viene da pensare che un libro di successo sia, ipso facto, un ottimo libro, non è così?

Quando redigo una recensione amo molto citare copiosamente dal libro in oggetto, perché desidero offrire una pezza d’appoggio, immediatamente disponibile per il lettore, alle mie opinioni. Mi è rimasta in mente, in modo particolare, l’idea pratica 52, a pagina 114: La gente segue solo ciò che capisce. La riporto di seguito:

“Ti piace quello che ha detto?”
“Mi è piaciuto moltissimo. Parla molto bene.”
“E farai ciò che ha proposto?”
“Scusa… stava proponendo qualcosa?”

Tranne quando spieghiamo senz’altra intenzione oltre alla chiara e semplice descrizione di esperienze o criteri, ogni volta che ci esprimiamo cerchiamo di convincere, il che rappresenta il modo pacifico per ottenere. A volte lo facciamo per interesse, altre volte per semplice orgoglio o autoaffermazione. L’inchiostro orale viene spesso sprecato per lasciare traccia di qualcosa che ci interessa.
Per certe persone si verifica l’assurda circostanza che, quando vogliono convincere gli altri di qualcosa, l’ego ha la meglio sui loro interessi. Vogliono sedurre attraverso la forma, mettere in evidenza conoscenze e conoscenti, abbagliare con vividi aneddoti ed esperienze condivise. L’asse delle loro argomentazioni è lo splendore della loro espressione, invece della profondità della loro intenzione.
Si dimenticano che tutto ciò che gli altri non capiscono, non accettano o non integrano fra le loro necessità o i loro interessi può intrattenere e perfino essere ammirato, ma non viene accolto poiché non calza con gli interessi, né con le necessità altrui.
Solo quando c’è comprensione c’è connessione.
Nei miei lunghi anni da pubblicitario, in diversi periodi ho avuto la fortuna di poter contare su due meravigliosi supporti umani che mi sono stati mille volte più utili delle costose analisi esplorative condotte da ricercatori pseudointelligenti. Uno era la simpatica signora Maria; l’altro il mio amico Mario Nuñez.
Quando credevo di aver trovato l’asse portante della campagna di comunicazione di una marca, lo spiegavo loro. La signora Maria era la mia domestica; Mario Nuñez un essere umano divertente, profondo e immensamente nobile, che negli anni si è trasformato in un esperto audiovisivo.
Entrambi conducevano una vita dura: stipendio basso, lavoro faticoso, studi assai limitati… e un olfatto da conigli vigili e con le zampe per terra che sentivano l’odore della realtà prima che si verificasse.
Erano i miei primi clienti. Se capivano, apprezzavano e, SOPRATUTTO, se venivano convinti da ciò che spiegavo loro, avevo in mano la chiave della campagna. Sempre e senza eccezioni, doveva succedere al primo tentativo: non c’è mai stato spazio per dire “aspetta un momento, che te lo spiego di nuovo”. Se però dopo la mia spiegazione sintetica, come quando si racconta una barzelletta, arricciavano il naso, mi lanciavano uno sguardo preoccupato e dicevano: “Questo non lo capisco”, la loro sentenza era decisiva: bisognava ricominciare daccapo.

Vi do la mia interpretazione? I protagonisti del brano vengono introdotti non come due persone, badate bene, ma come due meravigliosi supporti umani. Essi sono stati mille volte più utili delle costose analisi esplorative condotte da ricercatori pseudointelligenti. Questi ultimi, certamente lautamente pagati. Nonostante siano stati mille volte meno utili, par di capire, degli altri due “supporti”. Uno era la simpatica signora Maria; l’altro il mio amico Mario Nuñez. Dice simpatica. Vuol dire che le consulenze, così importanti (mille volte di più di quelle degli strapagati pseudointelligenti), le dava gratis. Il mio amico Mario Nuñez. Dunque, anche lui, gratis? Tra le righe sembra di no, lui no, lui è un suo amico!, non una semplice domestica. Tra le righe, dicevo. Parte da stipendio basso, lavoro faticoso, studi assai limitati… Poi, negli anni, si è trasformato in un esperto audiovisivo. Par di capire che – per ringraziarlo – lo ha assunto e gli ha fatto cambiare lavoro: niente più lavoro faticoso, adesso si limita a portare i DVD al capo (invento: è la mia interpretazione).

Qualche anno fa, sul settimanale Cuore, Piergiorgio Paterlini curava una rubrica che a me piaceva molto: “Parla come mangi”. Ne trovate un paio scansionate qui.

Vorrei ripetere (si parva licet componere magnis) tale esercizio con una idea pratica, come le chiama Lorente.

Idea pratica numero 63: Ti sei chiesto esattamente perché investi in pubblicità?

Se vendi qualcosa e dopo aver cercato di farlo comprare ai tuoi familiari, amici, vicini, conoscenti e amici dei tuoi conoscenti arriva il giorno in cui senti di poterlo o doverlo vendere a chiunque altro, è giunto irrimediabilmente il momento in cui devi pensare di promuoverti, di fare pubblicità.
È un principio ingenuo, ma enormemente valido. Da Procter&Gamble a Sony passando per El Corte Inglés, Henkel o Benetton, tutte quelle che oggi sono grandi corporation mondiali di origine individuale o familiare cominciarono in questo modo. Quando decisero di puntare più in alto, avendo la sensazione che l’ambiente personale o geografico a cui erano limitate andava loro stretto, ricorsero al grande corno capace di svegliare l’attenzione: si misero a far promozione.
Tranne alcune eccezioni eccezionali, meritevoli di analisi e ovazioni, che sono cresciute grazie a una rete distributiva propria ed esclusiva (è un altro modo intelligente di comunicare in situ, come nel caso di Zara e fino a poco tempo fa H&M), se analizziamo i grandi brand del consumo di massa notiamo che devono una percentuale significativa del loro successo al fatto di essere stati capaci di promuoversi. Senza pubblicità, non sarebbero mai arrivati dove si trovano oggi.
Il loro primo moto mentale è sempre lo stesso: “Dobbiamo promuoverci con uno stile che rifletta l’immagine che ci conviene dare, al fine di essere più conosciuti e vendere di più”.
Con il passare degli anni la crescita del fatturato, del personale e delle risorse fa sì che, in alcuni casi, quel primo meraviglioso moto si complichi, si contorca, si snaturi e finisca per degradarsi.
Nell’ingenuità attiva delle persone intelligenti ha spesso sede l’embrione della creatività più innovativa. Per qualche motivo le circostanze in cui si sono trovate non le hanno aiutate a crescere senza essere soggette ai limiti e alle barriere invisibili che la debilitante quotidianità eleva sempre fino a celare gli orizzonti più nitidi.
Nei grandi trionfatori che durano nel tempo c’è sempre un pozzo d’ingenuità latente che, qualunque cosa accada, non li separa mai da quella capacità di semplificare che li ha resi grandi.
Se esploriamo il baule dei loro ricordi fino a trovare la formula originale in base a cui hanno costruito la loro immagine scopriremo che, oggi che sono dei giganti, continuano a seguirla come un tempo: “Dobbiamo promuoverci con uno stile che rifletta l’immagine che ci conviene dare, al fine di essere più conosciuti e vendere di più”.

La mia versione “Parla come mangi”: La crisi internazionale ha colpito anche la mia azienda: ho bisogno di lavorare. E tu, e la tua ditta, avete bisogno di una campagna pubblicitaria? Sono la persona che fa per te. Che tu sia l’amministratore delegato di uno dei giganti internazionali, che ho citato; o un parvenu che vuol far crescere la sua dittarella, io sono qui: fammi lavorare! Tutti avete bisogno di me, tranne quei pochi (inserire epiteto a scelta), che pure ho citato, con cui non son mai riuscito a inserirmi. Sono più intelligente di voi (in realtà, sono il migliore su piazza): che cosa state aspettando a chiamarmi?

La lettura del libro garantisce spunti di riflessione: ci si può impegnare a scoprirne i numerosi punti deboli, o a leggere tra le righe (per esempio, ho trovato altre idee pratiche autopromozionali come quella qui sopra). Ma alla fine è una perdita di tempo.

Sono numerose le metafore, gli accostamenti azzardati, i brani senza significato. Mi domando se la signora Maria o il suo amico Mario Nuñez hanno letto le bozze del libro. Mi vengono in mente alcune chicche. A pagina 88: “Chiudersi in un passato o in un presente inacidito produce solo gastrite cerebrale cronica”. Gastrite cerebrale cronica? A pagina 129: “L’unica cosa che ci rende consustanzialmente diversi gli uni dagli altri è la cultura: tutto il resto è un cumulo di fatti superflui, e a volte temporanei.” Consustanzialmente, notare bene. Questo è parlare forbito! A pagina 137 (ma già riportata qui sopra): “Eccezioni eccezionali”. A pagina 150: “Per avanzare efficacemente, oltre alla volontà di raggiungere la meta, è indispensabile vigilare sui problemi e sulle circostanze che fanno retrocedere. È la duplice energia dei trionfatori, quella che li porta a perlustrare e a fiutare costantemente il cammino che hanno davanti a sé mentre controllano i precipizi di cui è costellato il percorso, questi potenziali salti nel vuoto che risultano tanto più pericolosi quanto più rapidamente e ad alta quota si cammina.”

A me sembra un libro banale e inutile.

Lorente Joaquín, Pensa, è gratis. 84 idee pratiche per sviluppare il talento e il successo, 2010, 192 p., rilegato, Etas (collana Management), I edizione gennaio 2010, ISBN 978-88-453-1582-4.

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di Giancarlo Nicoli

Fondamentale articolo pubblicato (in inglese) sul sito Investors Insight: http://www.investorsinsight.com/blogs/john_mauldins_outside_the_box/archive/2010/03/29/us-stock-market-returns-what-is-in-store.aspx

US stock market returns – what is in store?

Non ho tempo di tradurlo in italiano.

In estrema sintesi: storicamente, i maggiori profitti si ottengono investendo in azioni che hanno un basso P/E e un alto DY. Cioè, un basso rapporto tra prezzo dell’azione e utili, e un alto rapporto tra dividendo e prezzo dell’azione.


Di Giancarlo Nicoli, Appiano Gentile, CO
Il presente articolo è stato scritto da Giancarlo Nicoli. Le informazioni qui contenute sono state ricavate da fonti, che Giancarlo Nicoli ha ritenuto affidabili. L’accuratezza e la completezza delle stesse non può essere in nessun modo garantita. La presente pubblicazione viene a pubblicata per meri fini di informazione ed illustrazione, non costituendo peraltro la stessa in alcun modo una proposta di conclusione di contratto o una sollecitazione all’acquisto o alla vendita di qualsiasi strumento finanziario. Il documento può essere riprodotto nella sua interezza. A tal proposito si chiede la cortesia di citare la fonte: www.scoprire.biz. La presente pubblicazione non si propone di sostituire il giudizio personale dei soggetti a cui si rivolge. Giancarlo Nicoli ha la facoltà di agire in base a/ovvero di servirsi di qualsiasi materiale sopra esposto e/o di qualsiasi informazione a cui tale materiale si ispira prima che lo stesso venga pubblicato e messo a disposizione dei lettori.
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