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di Giancarlo Nicoli

Isabel Wakefiel è morta qualche giorno fa. È da quando l’ho saputo che sono sconvolto, anche se ormai è passata quasi una settimana. In questi giorni mi capita spesso di pensare a lei. Aveva 32 anni. Il figlio, di tre anni, è rimasto accanto a lei qualche ora, in bagno dov’era caduta, giocava, pensava che la mamma stesse dormendo. Straziante.

Isabel era una mia cliente (posso parlare di certi dettagli personali perché sono usciti sul giornale: non c’è alcuna rivelazione di segreto professionale!).  Soffriva di diabete insulino-dipendente da qualche anno.

Era una persona solare, era entrata in simpatia con noi dottori al banco. Approfittavo del fatto che fosse inglese (i giornali riportano che era spagnola, quella era senz’altro la cittadinanza perché era nata là, ma di genitori inglesi; aveva vissuto qualche anno a Portsmouth, dove il fratello possiede un’azienda di vendita di vino e birra) per parlare un po’ con lei in quella lingua, che non ho mai modo di praticare.

Quando la vedevo entrare in farmacia la salutavo invocando il nome a gran voce: «Isabel!». Era sempre di buon umore e con il sorriso sulle labbra. Ci sono alcune persone che quando le incontri ti cambiano la giornata in positivo. Lei era una di quelle.

Le nostre chiacchierate erano sempre brevi, per forza di cose, il tempo di servirla. Una volta era l’attività del fratello, come ho scritto prima, a Portsmouth. Una città che ci accomunava, perché là ho trascorso quattro mesi, al lavoro come farmacista in una importante catena britannica. Quindi avevamo qualche cosa da dirci.
Un’altra volta era la Spagna, da lei molto amata: le spiagge, il clima, la gente, le città. Un’altra volta erano i lavoretti qui in Italia, dove era venuta per amore del marito, italiano, conosciuto in Spagna. Anche la Spagna era un argomento di discussione in comune con noi dello staff, perché la dottoressa Susana, che ne fa parte, è spagnola di Madrid.

Isabel padroneggiava molto bene l’italiano, questo faceva di lei un’ottima segretaria sia per lavoro d’ufficio sia come interprete in convegni, fiere, incontri internazionali.

Veniva talvolta sola, talvolta col figlio, un gran bel bambino, solare anche lui, un bel torello per così dire. Non sono passate più di due settimane dall’ultima volta che l’ho vista. Una delle ultime volte (la penultima!) l’ho trattenuta qualche minuto in più per parlare di una persona, che avevo da poco conosciuto, che sapevo essere suo medico curante. Le avevo chiesto come poter contattare questa persona, dalla quale non mi ero fatto lasciare il recapito, perché intendevo mandarle un paziente. Lei era stata gentile, disponibile, avevamo trovato il modo di scherzare e ci eravamo fatti quattro risate.

Pensare che non c’è più, che non la vedrò più…  Sono dispiaciuto e addolorato per lei, che è morta a trentadue anni, è un’età in cui è troppo presto per morire; per suo figlio, che perde la mamma mentre ancora è così piccolo; per suo marito, che ha perso la sua dolce metà e dovrà pensare “per due” al figlio (ho due figli piccoli, il pensiero va a che cosa succederebbe se uno di noi due genitori dovesse improvvisamente mancare – mi vengono i brividi).

Addio cara Isabel, sei nei nostri ricordi, ti sia lieve la terra.

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