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di Giancarlo Nicoli

Il Rosso e il Verde

Speciale 26 luglio 2009

Howe Barnes Hoefer & Barnett è il broker risultato della fusione tra due broker, Howe Barnes e Hoefer & Barnett. Ne sapete quanto prima, non è vero?

Chi si occupa da qualche anno di banche statunitensi conosceva Hoefer & Barnett perchè questo broker diffondeva utili schede di valutazione (in formato pdf) di selezionate banche USA quotate in borsa; in più offriva un riassunto trimestrale piuttosto completo, contenente i principali indici di bilancio di un numero elevatissimo di istituti quotati. Tale materiale era un buon punto di partenza per mettersi a cercare qualche affare. Dopo la fusione, avvenuta nell’estate del 2006, tali schede non sono più consultabili liberamente: è necessario registrarsi (cosa che non ho ancora fatto).

Oggi pomeriggio stavo riordinando alcune vecchie carte rimaste sulla scrivania, in fondo a una pila c’era il documento “2007 Top picks & outlook”, cioè “Le nostre migliori scelte per il 2007 e le nostre previsioni”. Questo documento era disponibile nell’area dedicata ai free samples (saggi gratuiti), consultabile liberamente, ora chiusa.

Quali erano i titoli caldamente consigliati da questo broker? Eccoli (tra parentesi il codice Nasdaq e il prezzo in borsa al 1 aprile 2007, in dollari USA):

  • Alliance Bankshares Corporation (ABVA – 15,93);
  • Crescent Financial Corporation (CRFN – 13,10);
  • Nexity Financial Corporation (NXTY – 11,91);
  • Temecula Valley Bancorp Inc. (TMCV – 23,15)

Sono passati poco più di due anni, la curiosità è stata grande: come si sono comportati questi titoli, durante la (tuttora corrente) crisi economica?

ABVA valeva 15,93 dollari, ora ne vale 2,55; CRFN valeva 13,10 dollari, ora ne vale 3,75; NXTY valeva 11,91 dollari, ora ne vale 0,17 e il titolo è quotato nei cosiddetti pink sheets, con il simbolo NXTY.PK; TMCV valeva 23,15 dollari e ora quota a 0,205 – è appena stata chiusa dalle autorità statali e federali per insolvenza.

Chi avesse investito denaro seguendo i consigli di questo broker, ora avrebbe in mano qualche briciola. I titoli caldamente consigliati hanno reso molto meno dell’indice S&P 500.

Considero tale disavventura un monito a non affidarsi ciecamente agli altri, quali che ne siano le credenziali, quando si tratta di investire il proprio denaro. Bisogna sempre ragionare per conto proprio.

di Giancarlo Nicoli

5 luglio 2009

L’alcol? Va estirpato. Come e più delle sigarette. E partendo da una precisazione doverosa: non fa bene. Mai. A prendere la dura posizione «proibizionista» è una delle più importanti riviste mediche al mondo, The Lancet, che dalle sue colonne lancia la proposta di un severo programma mondiale, in accordo con l’Oms, contro la diffusione dell’alcol. Ne parla il settimanale Salute de Il Corriere della Sera.

«La rivista Lancet – scrive il settimanale – non nuova a prendere di petto un problema e costruirci sopra una campagna di opinione (spesso efficace) lancia un messaggio forte, quasi un bollettino di guerra. Spazzando via l’equivoco che se per il fumo bisogna arrivare all’eradicazione del vizio, per l’alcol ci si possa accontentare dell’uso moderato, che non nuoce, anzi “fa buon sangue”».

«Non è vero – ammonisce dalla pagine della rivista inglese Ian Gilmore, del Royal College of Physicians di Londra – o meglio non è dimostrato, nonostante che si provi da molti anni a dar credito alla colorita diceria degli effetti benefici sul cuore e sui vasi. Non c’è un livello di consumo di alcolici scevro di rischi: nessuno lo ha scovato finora. E anche il privilegio, tutto francese, di non avere il colesterolo sopra le righe nonostante il gran consumo di burro, attribuito al potere antiossidante dei polifenoli del vino rosso, è solo un’ipotesi affascinante».

«I dati certi in merito al problema – si continua a leggere – sono, invece, meno rosei. Se è vero che un decesso su 25 nel mondo è dovuto all’abuso di alcol, in Europa addirittura uno su 10 e che le patologie favorite o aggravate dalla bottiglia sono una lista impressionante (tumori alla mammella, alla bocca, al colon, depressione, ictus, violenza, incidenti automobilistici) e che l’etanolo distrugge il fegato, le contromisure devono essere energiche, anzi drastiche. The Lancet propone sei punti. Primo: istituire una tassa sugli alcolici, proporzionale al contenuto in alcol. Secondo: imporre il monopolio di stato sulla vendita al dettaglio degli alcolici, l’accesso all’acquisto solo per i maggiorenni, limitare le fasce orarie in cui è possibile acquistarli. Terzo: divieto di ogni forma di pubblicità diretta e indiretta di questi prodotti. Quarto: stabilire un limite di alcolemia, cioè di tasso alcolico ammesso per la guida, e poi abbassarlo progressivamente. Quinto: potenziare la rete dei consultori per l’alcol. Sesto, e non poteva mancare, incrementare i programmi educativi sui rischi dell’alcol nelle scuole e avviare a livello nazionale, ma anche sovranazionale, europeo e mondiale».

«Stando – conclude Salute – ai dati dell’osservatorio dell’Istituto superiore di sanità, in Italia tra i ragazzi dagli 11 ai 15 anni, un ragazzo su 5 è un consumatore a rischio di dipendenza, tra i sedicenni, 14 su 100 bevono con modalità rischiose. Tra le ragazzine questi comportamenti sono meno diffusi, ma presenti comunque».

Fonte:

  • Salute del Corriere della Sera del 5 luglio, pag. 40

di Giancarlo Nicoli

29 giugno 2009

I «malati di medicine» aumentano ogni giorno. Soltanto in Italia 11.493 casi di reazioni avverse a farmaci segnalati l´anno scorso, il doppio che nel 2005. Negli Usa l’uso illegale di medicinali è aumentato del 114% tra il 2001 e il 2005. In Francia, primo mercato europeo per l´industria farmaceutica, ci sono ogni anno 13 mila vittime e quasi il 10% dei ricoveri in ospedale è dovuto a effetti nocivi di medicinali. Ne danno notizia la Repubblica e la Stampa.

«Non cerchiamo in farmacia la soluzione di tutti i problemi – Silvio Garattini, direttore dell’istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, punta il dito sul corretto uso dei farmaci – pochi principi attivi funzionano nel 100% dei pazienti. Spesso i loro effetti si limitano al 70%, o magari solo al 15. Ogni medicina ha alle spalle test clinici lunghi. Si studia l´eventuale tossicità, se ne valutano i benefici. Ma gli esami preliminari coinvolgono un numero limitato di pazienti, mentre alcuni effetti collaterali sono rari. Possono emergere solo quando il farmaco è usato su larga scala. Per questo ogni paese ha un sistema di farmacovigilanza. Se questi allarmi sono numerosi e gravi, si può arrivare al ritiro del farmaco».

«L´Europa dei farmaci non è unita – continua Garattini – e ognuno fa valutazioni indipendenti. Occorre un accordo fra i governi. I farmaci ci hanno risolto grossi problemi di salute, è innegabile. Ma questo non giustifica una società che sta diventando farmacocentrica. Crediamo che basti una medicina per ogni problema, invece bisognerebbe adottare uno stile di vita corretto per prevenire le malattie».

Fonti:

  • La Repubblica, pag. 1, 27, 28, 29.
  • La Stampa, pag. 19.

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