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di Giancarlo Nicoli

Facebook, telefonini, videogiochi. Una rete che attira e punisce la parola parlata, quella che aiuta a crescere e a sviluppare buone capacità linguistiche. Le vittime? I più giovani, ovviamente; ma stavolta solo indirettamente. Secondo un rapporto governativo britannico, infatti, sarebbero i genitori ad essere attratti dalle nuove tecnologie e a parlare (o raccontare) sempre meno ai figli. Con risultati davvero preoccupanti. Lo si apprende da la Repubblica.

«Il numero delle parole – si legge – che i grandi scambiano con i piccini è in calo costante. Meno fiabe, meno dialogo, uguale apprendimento più lento: all’asilo e perfino alle elementari, in Gran Bretagna, entrano bambini di 5-6 anni con una capacità di comunicazione che sarebbe lecito aspettarsi da un bambino di un anno e mezzo, che ha appena imparato a camminare».

«Insomma, un disastro – afferma l’articolo – perché quei bambini impareranno lo stesso a parlare, ma varie ricerche dimostrano che spesso chi ha problemi di linguaggio nell’infanzia può sviluppare difficoltà e disabilità mentali di vario grado crescendo. Per questo il governo britannico lancia l’allarme. “Il numero dei bambini che cominciano le scuole elementari senza sapere neanche formare una frase rudimentale è in crescita”, afferma il rapporto, preparato da Jean Gross, responsabile della comunicazione per il ministero dell’Istruzione, e anticipato ieri dal Times di Londra».

«Le più recenti statistiche governative – continua il pezzo – indicano che il 18 per cento dei bambini di 5 anni nelle scuole del regno, ovvero più di 100 mila bambini, non sono al livello di alfabetizzazione previsto per la loro età. Il problema non riguarda soltanto i figli degli immigrati, per i quali sarebbe più comprensibile un ritardo nell’apprendimento dell’inglese, ma anche per quelli britannici. Il ritardo è più spiccato nei bambini poveri, che secondo la ricerca della dottoressa Gross ascoltano “soltanto 600 parole all’ora” in famiglia, in confronto alle 2 mila parole l’ora che sono la media per le classi benestanti».

«Inoltre – conclude Repubblica – i bambini che crescono in famiglie povere o disagiate ricevono soltanto un elogio per ogni due rimproveri, mentre nelle case benestanti il rapporto è rovesciato e anche rallenterebbe l’alfabetizzazione. “Gli adulti sono sempre più impegnati e hanno meno tempo da dedicare ai figli”, dice l’autrice del rapporto. “E per le prossime generazioni sarà peggio, perché un bambino a cui nessuno leggeva le favole non le leggerà di certo ai propri figli”».

Fonte:

  • La Repubblica, 16 ottobre 2009, pag. 51.

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