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di Giancarlo Nicoli

L’Italia è prima nella statistica che conta di più: quella della vita. Da noi infatti si vive più a lungo che nel resto d’Europa. Gli uomini italiani sono in cima alla classifica con 80,4 anni di aspettativa media, seguiti dagli svedesi con 80,3. Lo studio europeo che esce oggi sulla rivista medica The Lancet si sofferma sulle ragioni di questo primato. Tra i 25 paesi europei si vive più a lungo e si invecchia con meno acciacchi laddove il livello di istruzione è più elevato, il sistema sanitario pubblico è meglio finanziato e le politiche a favore degli anziani sono più supportate da fondi. L’articolo è di Repubblica.

«La correlazione – sottolinea la curatrice dello studio, Carol Jagger dell’università inglese di Leicester – fra ricchezza, educazione e durata della vita è molto stretta. E nell’Europa a 25 il nucleo centrale dei quindici offre panorami nettamente migliori rispetto ai dieci paesi arrivati dopo con economie più traballanti».

«Il primato italiano – secondo Antonio Golini, che insegna demografia alla Sapienza ed è membro dell’Accademia dei Lincei – ha cause note come dieta, un sistema sanitario che funziona bene nonostante qualche scandalo e una generale condizione di salute che si trasmette per via genetica di padre in figlio. Siamo abituati ad accentuare i lati negativi della nostra condizione, ma in Italia godiamo di un buon sistema di vita e abbiamo il vantaggio di non avere grandi metropoli. Nelle città medie e piccole che caratterizzano il nostro paesaggio la qualità dell’esistenza è molto migliore».

«In un paese che invecchia – conclude l’articolo di Repubblica – e ha un pil privo di grinta l’unica soluzione è quella di mettere in atto la raccomandazione avanzata dal Consiglio Europeo: portare al 50% il livello di occupazione dei lavoratori con più di 55 anni e far slittare gradualmente l’età pensionabile verso i 70 anni. È ovvio che la fase di attività di un individuo debba andare di pari passo con l’allungamento della sua vita».

Fonti del 17 novembre 2008

  • La Repubblica, pagg. 1, 17.

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