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di Giancarlo Nicoli

Alla luce dell’ultima retata dei Nas, che ha coinvolto medici e imprenditori, mi è tornata in mente una mia vecchia recensione, risalente nientemeno che al 2004, relativa a un libro pubblicato per la prima volta nel 2000, quindi stiamo parlando di quasi vent’anni fa… Nulla è cambiato…!

I dati del libro sono presi da Amazon:

La mia recensione dell’epoca:

Esistono medici corrotti?
Le medicine che vi prescrive il medico sono quelle che fanno bene alla vostra salute o sono quelle che fanno bene al portafoglio del medico?
Per quale ragione un medico prescrive una medicina piuttosto che un’altra? Lo fa perché è più efficace? Perché è proprio quella che ci vuole per voi? Perché la Casa farmaceutica gli passa una percentuale su ogni scatoletta prescritta?
Come fanno le case farmaceutiche a invogliare i medici a prescrivere certe medicine invece che altre?
Quanto costano i cosiddetti “congressi di aggiornamento”? E poi, aggiornano davvero? Chi paga per tutto questo?
Che cos’è il comparaggio?

Il libro “La Mala-Ricetta” è un racconto drammatico, per quanto scritto con uno stile che vuole essere ironico, che spiega che cosa succede quando “chi sceglie la medicina non la usa e non la paga, chi la paga non le sceglia e non la usa, e chi la usa non la sceglie e non la paga”…
E’ un libro opera di qualcuno che conosce bene i meccanismi di cui parla; ora abbiamo a disposizione un testo scritto informato e ben argomentato, è questa la cosa importante: senza libri come questo saremmo ancora ai “si dice”, ai “pare che”.

Oserei dire che è vostro interesse leggere questo libro, capire, meditare addirittura; è vostro interesse leggerlo perché nella vostra vita siete (o sarete) ammalati e bisognosi di cure; pagatori di tasse che in parte servono a coprire le spese sostenute per le medicine; elettori che scelgono con quale politica governare questo Paese. Se volete essere cittadini consapevoli di ciò che succede intorno a voi, naturalmente.

Cito, tra virgolette, estratti dal libro.

Gli informatori scientifici del farmaco, “quei misteriosi ‘omini con la borsa’. Quelli che vi rubano il posto quando siete in fila dal dottore (…) non informano proprio niente, devono ‘vendere’. Essi sono misurati in base al numero di pezzi venduti, forniti da apposite società e vengono valutati, quotidianamente, non in base alle competenze scientifiche (…) ma unicamente in funzione del numero di scatolette vendute nel territorio di competenza”.

“Quando un’azienda farmaceutica offre al medico, in cambio della prescrizione di un certo farmaco, benefici di varia natura si dice che fa del comparaggio. Le offerte possono essere di vario genere: regali, oggetti d’uso professionale, libri, viaggi, contante.
In Italia esistono alcune aziende specializzate nel cercare di convincere i medici ad accettare una certa cifra per ogni scatoletta di farmaco prescritta”.

“Il medico che ci interessa, quello che accetta o pretende regali in cambio di prescrizioni, appartiene ad una tipologia molto particolare e, per fortuna, rara. Questo professionista, per il suo retroterra culturale e per i molti sacrifici affrontati nei lunghi anni di studio, si sente sempre in credito dalla vita. Per questa ragione e per il fatto di essere quotidianamente a contatto con il dolore, con il male e con la morte, tale medico è avido di gratificazioni morali ma, soprattutto, materiali. Spesso inoltre, la convinzione, vera o presunta, di essere il depositario della salute del prossimo, può sfociare nel delirio di onnipotenza.
Intendiamoci, i medici di base di cui parlo, sono una minoranza nel mare magnum di tutti i mdeici che, nonostante tutti i lacci e lacciuoli delle leggi e dei regolamenti, nonostante le nuove ASL che, perennemente alla ricerca del pareggio di bilancio fanno loro i conti in tasca, cercano di fare onestamente il loro lavoro.
E’ sufficiente che un medico ogni cento corrisponda ai tipi che descriverò e il fenomeno del comparaggio assume le dimensioni di una catastrofe biblica, per i medici, per le industrie serie, per i cittadini e per lo stesso Stato.
Se a tutto questo aggiungiamo che, negli anni ’70, molti studenti si iscrissero a Medicina non per vocazione ma spinti dalla prospettiva di forti guadagni e che in quegli anni le università facevano una selezione praticamente nulla, otteniamo alcuni medici inesperti, avidi, demotivati e scientificamente ignoranti”.

 

La notizia di cronaca di questi giorni (link al sito del giornale “La Repubblica”): Blitz dei Nas in tutta Italia, in manette 19 medici e imprenditori farmaceutici.

Al centro del “sistema di corruzione e riciclaggio” il luminare della terapia del dolore Guido Fanelli, agli arresti domiciliari. L’indagine, partita da Parma, avrebbe accertato che ha ricevuto soldi, beni immobili e anche uno yacht in cambio di favori

di FABIO TONACCI

ROMA – Il luminare italiano per le terapie del dolore, Guido Fanelli, è da questa mattina agli arresti domiciliari. E’ lui, secondo l’inchiesta della procura di Parma, il perno di un vasto “sistema di corruzione e riciclaggio” che coinvolge grandi aziende farmaceutiche italiane ed estere e che ha portato all’arresto di 19 dottori e imprenditori operanti nel settore della commercializzazione e della promozione di farmaci e di dispositivi medici.

L’articolo continua qui.

 

di Giancarlo Nicoli

Lettera di Henry John Woodcock a ‘la Repubblica

Caro direttore, i prossimi 5 e 6 maggio, nelle sale dell’ Istituto Italiano per gli Studi filosofici, si terrà un convegno promosso dalla associazione “Not dark yet” (Non è ancora buio), dal titolo “Prima (invece) di punire”.

La mattinata di venerdì sarà dedicata al tema della legalizzazione della cannabis, proposta come una strategia per combattere l’ illegalità. Parteciperò anche io a questa sessione, insieme ad altri autorevoli personaggi come Franco Roberti (Procuratore Nazionale Antimafia), il senatore Benedetto Della Vedova (promotore di una proposta di legge sul tema che ha raccolto moltissimi consensi) e il giurista Fernando Rovira, che ha contribuito alla stesura della prima legge che, in Uruguay, ha regolamentato la vendita della cannabis, come specifica strategia per combattere il narcotraffico.

Dopo la coraggiosa iniziativa di questo piccolo Stato dell’ America Latina, anche alcuni Stati nord americani, come il Colorado e Washington DC, hanno liberalizzato l’ uso delle droghe leggere per scopi ricreativi, ad essi si sono poi aggiunti l’ Oregon e l’ Alaska e, in concomitanza con le elezioni presidenziali dello scorso novembre, anche in altri 8 Stati (tra cui l’ immensa California) sono passati referendum che proponevano il libero uso della marijuana per scopi medici e/o ricreativi.

Si tratta, io credo, di un fiume che sarà difficile arrestare. Recentemente anche il premier canadese Justin Trudeau si è fatto promotore di una legge di legalizzazione dell’ uso della marijuana per scopi ricreativi e, anche in Italia, qualcosa si sta muovendo. A partire dalla sentenza del 12 febbraio 2014, con la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato l’ illegittimità della legge Fini-Giovanardi, ripristinando una rilevante differenza di pena tra droghe leggere e droghe pesanti.

E dal modo in cui, già in più occasioni, la Direzione nazionale antimafia (Dna) ha trattato la questione nelle sue annuali relazioni al Parlamento. Nella prima di queste, si parla infatti del notevole incremento di sequestri (nello scorso anno 147.132 kg, pari al +120%), e si conclude che – calcolato il sequestrato inferiore di almeno 10-20 volte al consumato – la massa circolante di cannabinoidi soddisfa un mercato di “dimensioni gigantesche”.

Insomma ogni abitante in Italia, compresi vecchi e bambini, avrebbe a disposizione dalle 100 alle 200 dosi all’ anno. Si tratterebbe dunque di un fenomeno paragonabile, secondo la Dna, «quanto a radicamento e diffusione sociale» a quello dell’ utilizzo di altre sostanze lecite quali alcool e tabacco.

Ciò che è più importante, però è che la Dna afferma il «totale fallimento dell’ azione repressiva » e suggerisce al legislatore la depenalizzazione, di cui descrive i vantaggi: deflazione dei carichi giudiziari, possibilità di dedicarsi al contrasto di fenomeni criminali più gravi e, non ultimo, sottrazione alle gang di un mercato altamente redditizio. Fra i vantaggi, non vengono contemplati gli introiti che lo Stato italiano ricaverebbe da una legalizzazione, e si tratterebbe di svariati miliardi di euro. Intanto in Colorado prosegue la corsa a quello che viene oramai definito “l’ oro verde”, con l’ apertura di centinaia di dispensari, che impiegano migliaia di dipendenti e pagano le tasse.

Per non parlare dell’ indotto, con avvocati specializzati nel “diritto della marijuana”, commercialisti, tecnici della coltivazione e della trasformazione La scelta della depenalizzazione si fa dunque sempre più matura e si consolida nell’ opinione pubblica. E riguarda molto Napoli, da alcuni additata come “la capitale dell’ illegalità”.

Sommessamente penso che debba affermarsi l’ idea che il contrasto solo “militare” dei fenomeni criminali sia troppo costoso (in termini di risorse materiali, ma anche di sperpero di vite e destini individuali) e si sia dimostrato fallimentare, come dice oggi la Dna a proposito delle droghe leggere.

Varrebbe la pena di cominciare a pensare a strategie di contrasto dell’ illegalità che superino una impostazione meramente repressiva, e soprattutto bisognerebbe immaginare ad un progetto che in un futuro, speriamo non lontano, consenta di impiegare le “energie umane”, oggi impiegate nel mercato illegale della cannabis (e, di regola, sfruttate dalla criminalità organizzata), nell’ auspicabile “mercato legalizzato” della stessa.

di Giancarlo Nicoli

Siamo governati da una élite politica, intellettuale, economica e culturale, che la sfanga sempre: non subisce le conseguenze di ciò che decide per conto dei governati.

Nassim Nicholas Taleb elabora qui (in inglese).

Colloquio di lavoro, ecco i 10 errori da non fare

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di Giancarlo Nicoli

Tratto da: Ansa Lifestyle.

Dall’uso del telefono al controllo della propria reputazione online, gli errori che i candidati compiono durante un colloquio di lavoro sono numerosi. La società di consulenza Ali, attiva in ogni campo delle Risorse Umane, ne ha individuati dieci tra i più cruciali visti durante gli oltre 40 mila che effettua ogni anno.
Al decimo posto si trova il candidato che guarda ripetutamente il cellulare durante il colloquio. Un errore da evitare e un segnale di mancanza di interesse. Se si ha necessità di comunicare con qualcuno durante il colloquio, è preferibile chiedere il permesso di farlo, spiegandone le ragioni.
Al nono posto: presentarsi al colloquio accompagnati da amici, parenti o partner è un altro errore da evitare. Denota mancanza di indipendenza e di sicurezza, due soft-skills fondamentali per qualsiasi posto di lavoro. È preferibile lasciare gli amici ad aspettarci fuori davanti a un caffè e raccontare gli esiti del colloquio lontano dagli occhi del recruiter.
All’ottavo posto segue l’abbigliamento: presentarsi in jeans e felpa non aiuterà se il colloquio è per una società di consulenza. Così come scegliere la giacca e la cravatta non farà colpo su un’agenzia creativa. L’abito, durante i colloqui, fa il candidato.
Al settimo posto, non sapere per quale azienda ci si è candidati. Presentarsi al colloquio dimostrando di non conoscere il posto di lavoro per il quale ci si propone dimostra mancanza di idee chiare e limitata capacità decisionale. È sempre importante informarsi e dimostrare durante il colloquio di conoscere l’azienda.
Al sesto posto: Conoscere tutto è però poco realistico, il recruiter apprezza il candidato che sa fare le domande giuste. Un errore da evitare è dunque non fare domande. Denota scarso interesse o, peggio, poco carattere del candidato.
Al quinto posto, scrivere lettere di presentazione generiche. I copia incolla di lettere non focalizzate sull’annuncio specifico sono tra i primi elementi che determinano l’insuccesso di una candidatura.
Al quarto posto presentarsi con un curriculum che non risponde ai requisiti richiesti fa perdere le chance del candidato. Una pratica da evitare, poiché limita anche altre opportunità nella medesima azienda seppur in linea con le caratteristiche richieste.
Al terzo posto, l’errore da evitare è non saper comunicare correttamente. Una scarsa proprietà di linguaggio e una scorretta postura del corpo sono segnali negativi.
Al secondo posto, non saper raccontare le proprie esperienze passate. Presentarsi con un curriculum ricco di attività è auspicabile, ma è altrettanto importante saper raccontare esempi pratici che dimostrino i propri talenti.
Infine al gradino più alto, la reputazione digitale. Mai lasciare un proprio profilo social pubblico a meno che il contenuto non sia perfettamente consono alla posizione per la quale ci si sta candidando. Il processo di selezione inizia con il curriculum, prosegue con il colloquio, ma termina sempre online. Una reputazione digitale impeccabile è fondamentale per avere successo nei colloqui di lavoro.

Farmacie sottoposte a una miriade di ispezioni

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di Giancarlo Nicoli

Tratto da “Troppi controlli”, di Michele Sartoretti, avvocato, pubblicato sul mensile Farmamese n.3 – 2017, pagina 28 e seguenti.

L’attività dei farmacisti è tra le più soggette a controlli. Senza pretesa di completezza, ricordiamo: le ispezioni delle Commissioni ispettive delle Asl (ben tre tipi: ordinarie, straordinarie e preventive); quelle degli uffici farmaceutici; le generali dei Nas e quelle previste in materia di stupefacenti; le possibili ispezioni dell’Ordine e quelle annuali degli uffici veterinari; quelle dei “vigili sanitari” per la gestione degli alimenti speciali. Senza dimenticare poi quelle dell’Ufficio del lavoro, dell’Inps e dell’Inail in materia di lavoro dipendente e antinfortunistica; dei Vigili del Fuoco in materia di prevenzione incendi; della Guardia di Finanza in materia fiscale e tributaria; dei Vigili Urbani in materia urbanistica ed edilizia, e via discorrendo.

 

I Want A BDC In My Portfolio

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di Giancarlo Nicoli

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«Ma il vero problema dell’ editoria» ha scritto Topolsky «è che si producono stronzate».

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di Giancarlo Nicoli

Giampaolo Pansa su Libero cita Joshua Topolsky intervistato dal magazine del Sole 24 ore — il link rimanda alla ripresa di Dagospia.

Di solito sono ottimista, lo sono sempre stato sin da giovane. In un bicchiere vedo ogni volta il mezzo pieno e non il mezzo vuoto. E dal momento che scrivo per i giornali, conservo una grande fiducia nell’ importanza della carta stampata. Per questo ritengo che quotidiani e settimanali possano avere ancora una grande influenza sull’ esito delle battaglie civili. A una condizione che ho trovato descritta sull’ ultimo magazine del Sole 24 Ore, diretto da Christian Rocca che ha raccolto l’ opinione di un grande esperto di media: il francese Joshua Topolsky.

Topolsky ha spiegato che il business dei media tradizionali non sarà salvato dai video, né dagli algoritmi o dalle newsletter. Non servono nemmeno nuove esperienze innovative di lettura su iPad, life video, integrazioni con i social, partnership con Twitter. Tutte queste cose assieme potrebbero anche essere utili, però saranno sempre fuori sincrono rispetto alla «nuova magia» tecnologica prossima ventura.

 «Ma il vero problema dell’ editoria» ha scritto Topolsky «è che si producono stronzate. Un mare di stronzate. Stronzate di bassa lega che non interessano a nessuno. E questo mentre un pubblico sempre più consapevole, sempre più connesso e anche capace di cambiare idea, non riesce a trovare altro che questa robaccia. E non la vuole. Vuole roba buona, che andrà a trovare altrove e che addirittura pagherà per averla. Il futuro dei giornali è il passato. Scommettere sulla storia e la credibilità delle testate, puntare sulla qualità dei contenuti, raccontare vicende, scriverle bene, coltivare talenti, stupire, far circolare nuove idee utili e divertimenti per i lettori».

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