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di Giancarlo Nicoli

Evil Diaries: Gold has perked up

Finally, it is often currently said that capitalism is dead. But how would those so claiming know? After all we have not had capitalism in this country for many many years. Capitalism means using your own capital and judging what is sensible as you go. However, in this country, the state (as commanded by the EU) has long determined the legal framework of work. It’s not capitalism that should be criticised but state intervention and the failure of the state to recognise its failure.

 

di Giancarlo Nicoli

Fenegrò è il mio paese.

Navigavo spensieratamente via Internet, ho visitato il sito di Fenegrò su Wikipedia. Mi sono accorto che non c’erano sono fotografie.

Allora ne ho scattate un po’ con l’obbiettivo di condividerle.

Attenzione, le fotografie pubblicate su questo post sono © Giancarlo Nicoli, che sono poi io. Vieto qualsiasi uso, commerciale e no. Tuttavia, consento l’uso gratuito a scopo non commerciale a Wikipedia e Wikivoyage.

Cliccando su ogni foto si può visualizzare l’immagine in formato nativo, che è più grande di come la vedete impaginata.

Le fotografie sono state scattate in stagioni diverse.

Appena possibile ne scatterò altre.

Il municipio di Fenegrò, visto da via Colombo.

Il municipio di Fenegrò, visto dall’ingresso principale di via Colombo.

 

di Giancarlo Nicoli

The government is the problem, not the solution.

Il governo è il problema, non la soluzione.

La posta di Mister No

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di Giancarlo Nicoli

Sergio Bonelli, indimenticato editore e sceneggiatore, teneva una rubrica di posta – tra le altre – anche sugli albi mensili di Mister No.

Serie di Mister No che a me, negli anni della sua uscita regolare in edicola, non diceva nulla. Ho riscoperto questo personaggio nella ristampa delle Edizioni If. La ristampa è integrale, anche se gli albi contengono due numeri di Mister No per volta; contiene anche la rubrica della posta, che – per quanto datata – a me risulta interessante e piace. Sergio Bonelli scriveva proprio bene. Sapeva tenere compagnia.

In tempi recenti, mi riferisco al numero 120 della ristampa (aprile 2017, contenente i numeri 239 e 240, apparsi rispettivamente nell’aprile e nel maggio 1995), ho letto il saluto di Bonelli a un artista da lui molto amato. E’ un addio accorato, sentito, struggente… Mi è piaciuto così tanto, che ho pensato di ricopiarlo integralmente e riproporvelo.

Apparso su Mister No n. 240, maggio 1995, ristampato su Mister No riedizione, n. 120, aprile 2017.

La posta di Mister No

Dubbi, curiosità e domande varie al Direttore

Cari amici che mi chiedete di tornare a sceneggiare qualche nuovo episodio di Mister No, stavolta voglio rivolgere proprio a voi un pensiero particolare. Finora ho dovuto deludere le vostre aspettative, dal momento che la nuova realtà della Casa editrice, con le sue mille e sempre più complicate attività, mi obbliga a indirizzare le mie energie verso settori che, ahimè, non hanno mai riscosso la mia simpatia: l’amministrazione, la distribuzione, la stampa, l’approvvigionamento della carta, la ricerca di giovani collaboratori che spero diventino i maestri di domani… Mi auguro comunque di aver modo, prima o poi, di sedermi nuovamente sulla mia poltrona preferita, tenendo a portata di mano una mappa dell’Amazzonia, e di cominciare a scrivere mentre l’impianto stereo mi rilassa e, nello stesso tempo, mi stimola, grazie alle note delle decine e decine di dischi brasiliani che ho raccolto in tanti anni. Molte di quelle note, però, mi sembrano più tristi, perché oggi sento di aver perso una specie di nume tutelare, il mio compagno ideale nell’ideazione di tante vicende amazzoniche: pochi mesi fa, infatti, è morto Antonio Carlos Jobim (ma tutti lo chiamavano Tom), il compositore brasiliano considerato il padre della bossa nova, cui si devono le irresistibili melodie di piccoli capolavori come Desafinado, Samba de uma nota so, Aguas de maro e Garota de Ipanema. Nel nostro Paese, dove tutti fischiettavano i suoi motivi ma solo pochi sapevano chi ne fosse l’autore, la sua scomparsa è passata quasi inosservata; in Brasile, invece, ha suscitato un autentico lutto nazionale e dimostrazioni collettive di dolore, non meno imponenti di quelle seguite alla morte del pilota Ayrton Senna. Ne è un esempio la copertina (la vedete riprodotta qui sotto) [qui Giancarlo: la vedete riprodotta nella pagina originale, qui non c’è] che Veja, il più popolare tra i settimanali brasiliani, ha dedicato a Jobim, definendolo con un termine che gli calza a pennello: “il Maestro”. Anche se purtroppo non ho mai avuto l’onore di conoscerlo di persona, negli ultimi vent’anni, praticamente da quando questa collana ha visto la luce, ho sempre trovato un insuperabile supporto nella sua musica: quella musica che, contrariamente a quanto succede nei film, è sempre assente, purtroppo, dagli albi a fumetti! Nonostante tutto, però, io non ho mai smesso di attribuire una colonna sonora che potevo udire solo io alle mie storie misternoiane, sia nelle sequenze in cui il romantico Jerry esplicitamente ballava, cantava o entrava in un locale dove qualcuno suonava una chitarra, sia nelle spettacolari, emozionanti immagini in cui la penna dei nostri disegnatori illustrava la panoramica del grande fiume che sembra scorrere verso l’infinito, le spiagge dorate lambite dall’oceano, la babelica animazione di un mercato… E proprio per creare una atmosfera in grado di descrivere al meglio il “mio” Brasile, avevo preso l’abitudine di ascoltare tantissima musica, attingendo a una montagna di Lp, musicassette e CD, tra i quali non mancava nessuno degli artisti a me cari. La musica che più m’incoraggiava era comunque quella di Antonio Carlos Jobim: anche se di lui resteranno ovviamente tutte le incisioni, sapere che non è più tra noi crea in me l’impressione di un vuoto senza fine, la consapevolezza che qualcosa si è fermato per sempre. Insomma, mi mancherai davvero molto, caro, indimenticabile Tom, e ti rimpiangerò, così come ancor oggi rimpiango un tuo vecchio amico, “il Poeta” Vinicius De Moraes. Addio, dunque, ma soprattutto… grazie!

Minorenni Rom, che rubano: a quando provvedimenti?

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di Giancarlo Nicoli

Ho visto il seguente articolo, ripreso da Dagospia.

Poi ve lo leggete. Il mio commento è questo: non è che queste ladre sono spuntate dalla sera alla mattina e siamo nel panico e non sappiamo (non sappiamo noi, come comunità di italiani) che cosa fare. Sono anni e anni e anni che sappiamo perfettamente che una parte della popolazione Rom vive di furti. Sono anni e anni e anni che sappiamo che gli adulti addestrano i bambini e i ragazzini al furto, perché così facendo sfruttano a proprio vantaggio le nostre leggi, che prevedono l’impunibilità dei minorenni. Ebbene, di fronte al disastro (perché di disastro si tratta) documentato dall’articolo che segue, la nostra classe dirigente non fa nulla. Tra di loro si chiamano classe dirigente, a me sembra più una classe “digerente”, come la chiama Roberto D’Agostino, gente che ormai digerisce di tutto, anche lo scempio qui sotto descritto.

L’articolo è di Davide Desario, pubblicato dal quotidiano Il Messaggero.

Sei ore per fermarle, identificarle e accompagnarle in un centro di accoglienza. E appena 20 minuti per vederle scappare via e tornare a fare quel che vogliono. Ma non è tutto qui lo scandalo delle baby rom che ogni mattina dal campo di Castel Romano invadono la metro di Roma per rubare ai passeggeri portafogli e cellulari. Oltre la beffa, infatti, c’è anche il danno: le forze dell’ordine “buttano” il loro tempo e il Campidoglio “butta” montagne di soldi per pagare i centri di accoglienza.

Ecco la cronaca di cosa succede in una normale mattina nella metropolitana di Roma dove le forze dell’ordine tentano, inutilmente, di contrastare il fenomeno delle baby rom che passano la giornata sui vagoni delle metro a derubare i passeggeri. Un’azione costante che inizia alle 9 del mattino e termina nel tardo pomeriggio. Si concentra principalmente nelle stazioni più affollate e più turistiche come Termini, Repubblica, Barberini, Spagna, San Pietro e Colosseo. Il videoreportage che potete vedere in questo articolo è l’impietosa e vergognosa sintesi.

L’esercito di Castel Romano

La prima parte di questa cronaca potrebbe raccontarla un qualsiasi pendolare che ogni giorno assite disarmato a questi scippi sotto gli occhi di tutti. «Le bande di baby borseggiatrici arrivano quasi tutte dal campo di Castel Romano – spiega un investigatore – Se a quelle in azione sulle metro aggiungiamo quelle sui bus e quelle che colpiscono i turisti in fila al Colosseo e ai Musei Vaticani parliamo di circa 80-100 ragazzine. Tutte al di sotto del 14 anni, nei confronti delle quali abbiamo le mani legate. Ogni tanto c’è qualche sedicenne che coordina e insegna. Ma quelle più grandi non le prenderai mai con le mani nel sacco».

L’arrivo

Arrivano con un autobus tutte le mattine alla stazione Eur Fermi della linea B intorno alle 9. Come venerdì 21 luglio.

Erano in nove. Tutte insieme. Pronte a entrare in azione con le loro tecniche consolidate ( guarda questo video) : scelgono la vittima (preferiscono stranieri, anziani e donne sole), la accerchiano, una la distrae, un’altra le sfila il portafogli e lo passa subito ad un’altra. Tutto questo nel caos della banchina della metropolitana, mentre si sale o si scende da un vagone. Le portiere si chiudono e loro hanno messo a segno il loro colpo. E se qualche passeggero prova a ribellarsi passa i guai. Come la donna che la scorsa settimana è stata picchiata a colpi di cellulare.

Rubano un portafogli dietro l’altro. Se poi vengono fermate in poche ore tornano in libertà.

L’altra mattina gli agenti dello Spe (Sicurezza Pubblica Emergenziale) di Roma Capitale le hanno fermate prima che entrassero in azione. Erano appunto le nove del mattino. Puntualmente erano tutte senza documenti.

L’inutile identificazione

Ed essendo molto piccole agli agenti non è rimasto altro che fermarle e attendere un pulmino per portarle all’ufficio immigrazione della questura di Roma in via Teofilo Patini. Qui, tra i mille nomi diversi che danno agli agenti, sono state tutte identificate attraverso impronte digitali e fotosegnalamento: la più “tranquilla” aveva già tre precedenti per furto o rapina, la più agitata era già stata fermata almeno 16 volte. Nessuna dichiara i nomi dei genitori altrimenti questi potrebbero essere denunciati come minimo per abbandono di minori. E anche laddove si sa chi siano il padre e la madre, ovviamente sono irritracciabili. E le forze dell’ordine non possono lasciare andar via dei minori.

Così, sentito il magistrato di turno del tribunale dei minori, le ragazze vengono “affidate” al sindaco che per legge ha l’obbligo di occuparsene. Quindi? Quindi gli agenti contattata la Sala Operativa Sociale del campidoglio (Sos) e questa assegna le baby rom ad un centro di accoglienza specializzato (in convenzione con il Comune) in zona Fidene.

La farsa del centro di accoglienza

Così dopo sei ore di lavoro gli agenti della polizia di Roma Capitale riprendono il pulmino e accompagnano le baby rom nel centro di accoglienza per minori disagiati in via Annibale di Francia, zona Villa Spada vicino Fidene. Il pulmino arriva alle 14,45, il cancello elettronico si apre e il pulmino entra. Le ragazze vengono prese in consegna dal personale. Per ognuna di loro il Comune di Roma paga ai centri di accoglienza circa cento euro al giorno. Alle 15 gli agenti escono dal centro di accoglienza e tornano al loro comando.

La fuga

Ma dopo appena venti minuti, il colpo di scena. Il grande cancello elettronico si apre e in pochi secondi con un sprint degno di Usain Bolt tutte le baby rom scappano dal centro di accoglienza. E si danno alla fuga nelle strade vicine senza fermarsi un momento. Sembrano conoscere perfettamente la zona. Ognuna sceglie una strada diversa. Ma dopo poco sono di nuovo tutte insieme che vanno verso la fermata del bus. Magari torneranno in azione già su quell’autobus. Tanto non rischiano nulla.

Hai voglia a minimizzare le accuse alle case farmaceutiche, bollandole come luoghi comuni o “complottismo”: i fatti di cronaca parlano chiaro.

Filed Under Il mestiere di farmacista, Libri che sto scoprendo | Comments Off on Hai voglia a minimizzare le accuse alle case farmaceutiche, bollandole come luoghi comuni o “complottismo”: i fatti di cronaca parlano chiaro. 

di Giancarlo Nicoli

Alla luce dell’ultima retata dei Nas, che ha coinvolto medici e imprenditori, mi è tornata in mente una mia vecchia recensione, risalente nientemeno che al 2004, relativa a un libro pubblicato per la prima volta nel 2000, quindi stiamo parlando di quasi vent’anni fa… Nulla è cambiato…!

I dati del libro sono presi da Amazon:

La mia recensione dell’epoca:

Esistono medici corrotti?
Le medicine che vi prescrive il medico sono quelle che fanno bene alla vostra salute o sono quelle che fanno bene al portafoglio del medico?
Per quale ragione un medico prescrive una medicina piuttosto che un’altra? Lo fa perché è più efficace? Perché è proprio quella che ci vuole per voi? Perché la Casa farmaceutica gli passa una percentuale su ogni scatoletta prescritta?
Come fanno le case farmaceutiche a invogliare i medici a prescrivere certe medicine invece che altre?
Quanto costano i cosiddetti “congressi di aggiornamento”? E poi, aggiornano davvero? Chi paga per tutto questo?
Che cos’è il comparaggio?

Il libro “La Mala-Ricetta” è un racconto drammatico, per quanto scritto con uno stile che vuole essere ironico, che spiega che cosa succede quando “chi sceglie la medicina non la usa e non la paga, chi la paga non le sceglia e non la usa, e chi la usa non la sceglie e non la paga”…
E’ un libro opera di qualcuno che conosce bene i meccanismi di cui parla; ora abbiamo a disposizione un testo scritto informato e ben argomentato, è questa la cosa importante: senza libri come questo saremmo ancora ai “si dice”, ai “pare che”.

Oserei dire che è vostro interesse leggere questo libro, capire, meditare addirittura; è vostro interesse leggerlo perché nella vostra vita siete (o sarete) ammalati e bisognosi di cure; pagatori di tasse che in parte servono a coprire le spese sostenute per le medicine; elettori che scelgono con quale politica governare questo Paese. Se volete essere cittadini consapevoli di ciò che succede intorno a voi, naturalmente.

Cito, tra virgolette, estratti dal libro.

Gli informatori scientifici del farmaco, “quei misteriosi ‘omini con la borsa’. Quelli che vi rubano il posto quando siete in fila dal dottore (…) non informano proprio niente, devono ‘vendere’. Essi sono misurati in base al numero di pezzi venduti, forniti da apposite società e vengono valutati, quotidianamente, non in base alle competenze scientifiche (…) ma unicamente in funzione del numero di scatolette vendute nel territorio di competenza”.

“Quando un’azienda farmaceutica offre al medico, in cambio della prescrizione di un certo farmaco, benefici di varia natura si dice che fa del comparaggio. Le offerte possono essere di vario genere: regali, oggetti d’uso professionale, libri, viaggi, contante.
In Italia esistono alcune aziende specializzate nel cercare di convincere i medici ad accettare una certa cifra per ogni scatoletta di farmaco prescritta”.

“Il medico che ci interessa, quello che accetta o pretende regali in cambio di prescrizioni, appartiene ad una tipologia molto particolare e, per fortuna, rara. Questo professionista, per il suo retroterra culturale e per i molti sacrifici affrontati nei lunghi anni di studio, si sente sempre in credito dalla vita. Per questa ragione e per il fatto di essere quotidianamente a contatto con il dolore, con il male e con la morte, tale medico è avido di gratificazioni morali ma, soprattutto, materiali. Spesso inoltre, la convinzione, vera o presunta, di essere il depositario della salute del prossimo, può sfociare nel delirio di onnipotenza.
Intendiamoci, i medici di base di cui parlo, sono una minoranza nel mare magnum di tutti i mdeici che, nonostante tutti i lacci e lacciuoli delle leggi e dei regolamenti, nonostante le nuove ASL che, perennemente alla ricerca del pareggio di bilancio fanno loro i conti in tasca, cercano di fare onestamente il loro lavoro.
E’ sufficiente che un medico ogni cento corrisponda ai tipi che descriverò e il fenomeno del comparaggio assume le dimensioni di una catastrofe biblica, per i medici, per le industrie serie, per i cittadini e per lo stesso Stato.
Se a tutto questo aggiungiamo che, negli anni ’70, molti studenti si iscrissero a Medicina non per vocazione ma spinti dalla prospettiva di forti guadagni e che in quegli anni le università facevano una selezione praticamente nulla, otteniamo alcuni medici inesperti, avidi, demotivati e scientificamente ignoranti”.

 

La notizia di cronaca di questi giorni (link al sito del giornale “La Repubblica”): Blitz dei Nas in tutta Italia, in manette 19 medici e imprenditori farmaceutici.

Al centro del “sistema di corruzione e riciclaggio” il luminare della terapia del dolore Guido Fanelli, agli arresti domiciliari. L’indagine, partita da Parma, avrebbe accertato che ha ricevuto soldi, beni immobili e anche uno yacht in cambio di favori

di FABIO TONACCI

ROMA – Il luminare italiano per le terapie del dolore, Guido Fanelli, è da questa mattina agli arresti domiciliari. E’ lui, secondo l’inchiesta della procura di Parma, il perno di un vasto “sistema di corruzione e riciclaggio” che coinvolge grandi aziende farmaceutiche italiane ed estere e che ha portato all’arresto di 19 dottori e imprenditori operanti nel settore della commercializzazione e della promozione di farmaci e di dispositivi medici.

L’articolo continua qui.

 

Legalizzare la droga: il proibizionismo e la repressione sono un completo fallimento.

Filed Under Liberista, Libertà | Comments Off on Legalizzare la droga: il proibizionismo e la repressione sono un completo fallimento. 

di Giancarlo Nicoli

Lettera di Henry John Woodcock a ‘la Repubblica

Caro direttore, i prossimi 5 e 6 maggio, nelle sale dell’ Istituto Italiano per gli Studi filosofici, si terrà un convegno promosso dalla associazione “Not dark yet” (Non è ancora buio), dal titolo “Prima (invece) di punire”.

La mattinata di venerdì sarà dedicata al tema della legalizzazione della cannabis, proposta come una strategia per combattere l’ illegalità. Parteciperò anche io a questa sessione, insieme ad altri autorevoli personaggi come Franco Roberti (Procuratore Nazionale Antimafia), il senatore Benedetto Della Vedova (promotore di una proposta di legge sul tema che ha raccolto moltissimi consensi) e il giurista Fernando Rovira, che ha contribuito alla stesura della prima legge che, in Uruguay, ha regolamentato la vendita della cannabis, come specifica strategia per combattere il narcotraffico.

Dopo la coraggiosa iniziativa di questo piccolo Stato dell’ America Latina, anche alcuni Stati nord americani, come il Colorado e Washington DC, hanno liberalizzato l’ uso delle droghe leggere per scopi ricreativi, ad essi si sono poi aggiunti l’ Oregon e l’ Alaska e, in concomitanza con le elezioni presidenziali dello scorso novembre, anche in altri 8 Stati (tra cui l’ immensa California) sono passati referendum che proponevano il libero uso della marijuana per scopi medici e/o ricreativi.

Si tratta, io credo, di un fiume che sarà difficile arrestare. Recentemente anche il premier canadese Justin Trudeau si è fatto promotore di una legge di legalizzazione dell’ uso della marijuana per scopi ricreativi e, anche in Italia, qualcosa si sta muovendo. A partire dalla sentenza del 12 febbraio 2014, con la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato l’ illegittimità della legge Fini-Giovanardi, ripristinando una rilevante differenza di pena tra droghe leggere e droghe pesanti.

E dal modo in cui, già in più occasioni, la Direzione nazionale antimafia (Dna) ha trattato la questione nelle sue annuali relazioni al Parlamento. Nella prima di queste, si parla infatti del notevole incremento di sequestri (nello scorso anno 147.132 kg, pari al +120%), e si conclude che – calcolato il sequestrato inferiore di almeno 10-20 volte al consumato – la massa circolante di cannabinoidi soddisfa un mercato di “dimensioni gigantesche”.

Insomma ogni abitante in Italia, compresi vecchi e bambini, avrebbe a disposizione dalle 100 alle 200 dosi all’ anno. Si tratterebbe dunque di un fenomeno paragonabile, secondo la Dna, «quanto a radicamento e diffusione sociale» a quello dell’ utilizzo di altre sostanze lecite quali alcool e tabacco.

Ciò che è più importante, però è che la Dna afferma il «totale fallimento dell’ azione repressiva » e suggerisce al legislatore la depenalizzazione, di cui descrive i vantaggi: deflazione dei carichi giudiziari, possibilità di dedicarsi al contrasto di fenomeni criminali più gravi e, non ultimo, sottrazione alle gang di un mercato altamente redditizio. Fra i vantaggi, non vengono contemplati gli introiti che lo Stato italiano ricaverebbe da una legalizzazione, e si tratterebbe di svariati miliardi di euro. Intanto in Colorado prosegue la corsa a quello che viene oramai definito “l’ oro verde”, con l’ apertura di centinaia di dispensari, che impiegano migliaia di dipendenti e pagano le tasse.

Per non parlare dell’ indotto, con avvocati specializzati nel “diritto della marijuana”, commercialisti, tecnici della coltivazione e della trasformazione La scelta della depenalizzazione si fa dunque sempre più matura e si consolida nell’ opinione pubblica. E riguarda molto Napoli, da alcuni additata come “la capitale dell’ illegalità”.

Sommessamente penso che debba affermarsi l’ idea che il contrasto solo “militare” dei fenomeni criminali sia troppo costoso (in termini di risorse materiali, ma anche di sperpero di vite e destini individuali) e si sia dimostrato fallimentare, come dice oggi la Dna a proposito delle droghe leggere.

Varrebbe la pena di cominciare a pensare a strategie di contrasto dell’ illegalità che superino una impostazione meramente repressiva, e soprattutto bisognerebbe immaginare ad un progetto che in un futuro, speriamo non lontano, consenta di impiegare le “energie umane”, oggi impiegate nel mercato illegale della cannabis (e, di regola, sfruttate dalla criminalità organizzata), nell’ auspicabile “mercato legalizzato” della stessa.

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